Sugli animali - Tarsia dialetto

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Sugli animali.

A cuda è sempe longa a scurcià: la parte finale di un lavoro sembra che non finisca mai. La coda è la cosa peggiore da scarnificare: il finale di un'azione è il più duro da conseguire, perché un po' per stanchezza, un po' per sopraggiunte difficoltà non preventivate, i maggiori ostacoli si incontrano alla fine delle operazioni intraprese. In fondo, anche i latini asserivano la medesima cosa quando dicevano: in cauda venenum (il veleno è nella coda).

A gaddhrina à fatt l'ova e aru gaddhru li bruscid'u culu: la gallina ha fatto l'uovo ed al gallo brucia il sedere, riferito a chi si lamenta di un lavoro che non ha compiuto, ma fatto da altri.

A gaddhrina ca camina, si ricoglia ccà vozza chijna: la gallina che cammina, ritorna sempre con qualcosa: anche chi è inetto, se si mette in azione, riesce comunque a vivacchiare.

A gatta ca s'à 'mparata ara lucerna, pochi si cura si s'abbritta l'ugna: la gatta che è abituata al lucignolo, non si preoccupa se si brucia l'unghia.

A gatta pressarula à fatt'i figli cicati: la gatta frettolosa ha partorito i gattini ciechi, nel significato che presto e bene non si conviene. Bisogna dar tempo al tempo, se si vuole portare a compimento qualcosa in maniera esatta e confacente.

A fatti carn'i puurcu: non ha guardato in faccia nessuno.

A lavà a capa aru ciucciu ci pijrdi tijmbi: è tempo perso lavare la testa all'asino. Ha lo stesso significato del detto sottostante.

A lavà a capa aru ciucciu, si ci appizzad'a lissija: ci rimetti il sapone a lavare la testa all'asino: è inutile insegnare qualcosa a chi non vuol capire, è tempo sprecato.

A nommira cà lassati na mandria i pijcuri, ppì ttì mmisckà ccù na murra i puurci: chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia e non quello che trova.

A' pirs'i voij e và truvanni'i corni: hai perso i buoi e vai in cerca delle corna: preoccupati delle cose più importanti.

A quadara vuddhra e ù puurcu ara muntagna: il pentolone bolle e il maiale è ancora alla montagna. L'espressione è riferita ai tempi in cui il maiale si uccideva e si macellava in casa; indica che una certa azione si è fatta, o si è conclusa prima del tempo. Una grossa pentola, "a quadara", veniva posta sul fuoco prima dell'alba, e alimentata di continuo, alcune ore prima dell'uccisione del maiale; l'acqua bollita serviva per facilitare la raschiatura della pelle della bestia dalla dura setola che la ricopre, oltre che per lasciare in ammollo le parti più difficili da pulire, come il piede ed il garrone.

A vozza chijna e a sciddhra rutta: in riferimento a chi piace mangiare, ma che non ha tanta voglia di lavorare.

Aru cani c'abbaia, jettici nn'uussu: al cane che abbaia, buttagli l'osso.

Aru cani dicjinni: questa situazione sfavorevole si augura solo ai cani.

Aru cavaddhru jastimatu li lucid'u pilu: al cavallo bestemmiato viene il pelo più lucido (chi può sopportare offese denigratorie, diventa moralmente più forte).

A sorta d'ù pijcuru, nascia curnutu e mora scannatu: la sorte del montone che nasce cornuto e muore ucciso: riferito a chi, oltre al danno, deve subire anche il dileggio, l'onta.

Assai gaddhrini e picca gova: un grande pollaio e così poche uova: tutta questa confusione per un così scarso risultato.

Attacc'u ciucciu adduvi vò u patrunu e lassa ca su mangini i cani: attacca l'asino dove vuole il padrone; rassegnati ad adattarti e ad accondiscendere alle volontà altrui, gli ordini non si possono discutere, se sei in condizioni di inferiorità, ubbidisci. Chi ha preso una decisione, se ne assume anche la responsabilità.

Cà vò fa i vijrmi: che tu possa avere il verme solitario.

Cà vù avì l'erva aru scalunu e 'u ragnu ara cridenza: che tu possa avere l'erba davanti la porta e le ragnatele nella credenza, invettiva con cui si augurava un avvenire di povertà e di solitudine.

Caccia i pinna, chin'ammazza a spinna: detto a me caro, perché lo ripeteva spesso mio padre, ottimo cacciatore. La selvaggina di penna è di proprietà di chi l'ha uccisa.

Caccia, piscaturi e sicutacijddhri lassan'i figli povarijddhri: le attività superflue, non lavorative, spesso conducono alla povertà.

Can'i chiazza e cavaddhr'i razza, bbona giuvindù e mala vicchijzza: chi è spensierato, non accorto in gioventù, ne potrà pagare le conseguenze in vecchiaia.

Cani c'abbaja vò l'uussu: il cane che abbaia vuole l'osso.

Cani e cani 'un si muzzichini: sottolinea lo spirito di corpo che esiste tra le bestie, e  per traslato li si usa riferire anche agli uomini, intendendo  sottolineare che i cattivi soggetti, e piú in generale le  persone di cattivo stampo, non son soliti farsi guerra, ma - al contrario - usano far causa comune in danno dei terzi.

Chianu miervulu, cà via è pitrusa: piano, merlo, perché la via è accidentata.

Chini s'avanda sulu, ghè ciucciu i natura: chi si vanta da solo, è asino per natura. Chi si loda si sbroda.

Chini s'nzura, ghè cundijndi 'nu jurnu, chini ammazzidu puurcu ghè cundijndi 'n'anni: il matrimonio ti fa contento per un giorno, con il maiale e le sue carni sei contento per tutto l'anno.

Chini 'un tèna nnènte ì fa, pigliad'à gatta e rà pettina: chi non ha niente da fare, si trastulla con le cose inutili.

Ciucci, calabrisi e muli nun pisciano mai suli: asini, muli e calabresi fanno sempre la pipì in compagnia.

Criscia figli e criscia puorci: non ti aspettare la riconoscenza, neanche dai figli. Questi non possono essere educati con troppe concessioni, nei loro confronti può risultare pericoloso mostrarsi indulgenti e teneri, perché si abitueranno allo stile di vita che verrà loro imposto, proprio come i maiali.

Cuurvi ccù cuurvi un si caccini l'uucchi: corvi con corvi non si fanni guerra.

Figl'i gatta surici piglia e si 'unni piglia unnè figli: le stesse qualità, o difetti, li ha il figlio.

Friji i pisci e guarda a gatta: quando si cucina il pesce si dever stare attenti al gatto.

Frivari, frivaruulu, ogni cijddhri và all'uuvu: febbraio, tempo di cova per gli uccelli.

Ghé comu nu ciucciu 'mbardatu: si dice riferito a chi porta abiti sfavillanti, colorati e vistosi, ma che pur sempre rimane un povero cristo.

Ghè nu ciucciu i fatica: è come un asino che lavora sempre.

I sordi fan'i sordi e i piducchi piducchi: chi è ricco, si arricchisce di più, chi è povero lo rimane.

L'uumu si pigliia pa' parola, 'u voi pi' corna: l'uomo si giudica per  la parola data, il bue per le corna.

Manchi li cani...: espressione per non augurare esperienze negative.

Mijgli nu ciucciu vivu cca nu mijdicu muurt: è meglio un asino vivo anziché un dottore morto.

Muurt'u canu, morta'a raggia: la morte fa dimenticare anche le azioni cattive; ovvero, se viene meno la causa, vengono meno anche gli effetti.

N'ami sinduti fisck'i pichi...: ne abbiamo sentiti fischi di gazza... Riferito a chi promette e non mantiene.

Nà vota appiduni 'ncavaddhri aru ciucciu: una volta per uno in groppa all'asino: le situazioni favorevoli capitano oggi a me, domani a te.

Parla quanni pisciad'a gaddhrina: parla quando orina la gallina. Così, icasticamente ed in maniera perentoria, si suole imporre di zittire a chi parli inopportunamente o fuori luogo o insista a profferire insulsaggini, magari gratuite cattiverie. Si sa che la gallina espleta le sue funzioni fisiologiche, non in maniera autonoma e separata, ma in un unicum, per modo che si potrebbe quasi pensare che, non avendo un organo deputato esclusivamente alla bisogna, la gallina non orini mai, perciò colui cui viene rivolto l'invito in epigrafe pare che debba tacere sempre.

Pigula, viat'addhruva scarpisa, amar'addhruvi rivisa: civetta, felice dove dimora, sfortunato dove volge lo sguardo. Nel passato, in assenza di luce elettrica,  la veglia funebre era fatta a lume di candela o di lanterna; il chiarore attirava insetti, soprattutto le falene (a falagona), di cui sono ghiotte le civette, uccelli notturni che prediligono ambienti urbani, per cui la loro presenza in prossimità di abitazioni di persone appena defunte, e. soprattutto il lorro volgere lo sguardo verso una possibile preda, hanno fatto ritenere, in modo del tutto erroneo, che portassero sfortuna. Frutto della superstizione...

Puri i pulici tenan'a tussa: anche i deboli fanno la voce grossa, pure le persone insignificanti tossiscono, ossia vogliono esprimere il proprio parere.

Quanni chiova ccù sulu  s'ammaritid'a vurpa ccù lupu: quando piove con il sole si sposano la volpe ed il lupo: per dire di due cose opposte.

Quann'a gatta 'un c'é, i surici abbaddhrini: quando il gatto non c'è i topi ballano.

Quanni i ciucci si litichini i varrili si rumbini: quando gli asini litigano, i barili si rompono: i comandanti litigano e le conseguenze le sopportano i soldati. Così va il mondo: la peggio  ce l'hanno sempre i più  deboli, anche quando non sono direttamente responsabili d'alcunché.

Rispettid'u cani pp'àmuru dù patrunu: si rispetta il cane per amore del padrone.

S'àmmidia facissid'i piducchi, tu sa quanti n'avijssi: riferito in modo ironico a chi prova invidia per le cose altrui.

Scurci'u pulici e vinn'a peddhra: riferito a chi è di manica corta, taccagno.

Si piglini cchiù muschi ccù na gutt'i mele ca ccù na vutta d'aciti: si prendono più mosche con un po' di miele che con una botte d'aceto. I migliori risultati si ottengono più con le maniere dolci che con quelle aspre.

Si pijcura ti fà, lupu ti mangia: se pecora diventi il lupo ti sbrana. Non essere sempre accondiscente ed umile, altrimenti soccombi.

Si u ciucciu 'un vò bbivi, ghè nutili ca insisti: se l'asino non vuole bere, è inutile che insisti. Viene riferita a sottolineare la volontà cocciuta e testarda di qualcuno, verso cui tutte le esortazioni e consigli sono vani.

Stà facijnni com'a gruara: si indica un comportamento attendista per trarne un qualche beneficio, forse da attribuire alle abitudini di questo uccello (averla maggiore) che si nutre di piccoli rettili e, in caso di abbondanza di cibo, nasconde le prede tra i roveti e le spine.

Stann'u puorcu 'unni rumpid'a gammeddhra: quest'anno il maiale ucciso non ha un peso tale da sforzare il sostegno, nel senso che gli affari sono andati male.

Tanti gaddhri a cantà e 'un bbena mai jurnu: così tanti galli che cantano  e non diventa mai giorno. Se si è in tanti ad esprimere un parere o a proporre una soluzione di un problema, non si arriva mai a qualcosa di concreto. Perché dunque farsi meraviglia se il parlamento italiano composto da un numero esorbitante di deputati e senatori non riesce mai a legiferare rapidamente e saggiamente? Parlano in tanti... come si vuole che giungano ad una conclusione pratica?

Tena na capa i ciucci: ha una testa d'asino, è proprio un cretino.

Tenidi u palummu 'ncuorpu: ha il significato di borbottio degli intestini, ovvero di vomitare, forse per l'abitudine che hanno i colombi di dare il cibo ai piccoli imbeccandoli. Ipotesi alternativa è la derivazione da un antico spagnolo “paloma” (fune che stringe, quindi l'atto di costrizione dell'addome che precede il vomito, da cui il detto tarsiano “sta jittann'a palumma”).

Tù sì suric'i pagliera, 'unt'avijnt'a cuvirnà a mugliera: sei un buono a niente.

Ti vuuni fari 'ndicchi 'ndicchi  cum'a carn'i puurchi: questa imprecazione fa chiaro riferimento alla lavorazione della carne del maiale. Prima di insaccare le salsicce è, infatti, necessario ridurre a pezzettini la carne, una volta realizzata manualmente con coltelli molto affilati, oggi con più comodi tritacarni elettrici. La speranza che qualcuno, verso il quale è diretta l'imprecazione, venga ridotto in pezzettini come si fa con la carne del porco, va al di là di un comune desiderio di vendetta: la paziente lavorazione delle carni del maiale richiama alla mente una rabbia feroce, una spietatezza che non si placano fin dopo la morte.

Ti vuuni scannari comi nu puurchi: l'uccisione del maiale era particolarmente cruenta: la bestia, prima della coltellata mortale, si dimenava con violenza, scalciava e lanciava feroci grugniti, e le sue grida si potevano udire per tutto il vicinato. Essere scannati come un porco significa morire uccisi con una particolare dose di ferocia e con una prolungata sofferenza.

U bbeni du ciucciu ghè a gramigna: il piacere dell'asino è mangiare la gramigna: ognuno ha i suoi gusti.

U can'i bbona rrazza si ricoglia sembi aru jazzu: chi è legato alle proprie radici, ritorna sempre alle origini.

U canu muzzica sempe aru scigatu: il cane morde il cencioso, il pezzente, i guai capitano sempre ai più deboli ed indifesi.

U cavaddhru da pruvingia: ci si riferiva a qualche dongiovanni, o casanova, che si vantava aver conquistato molte donne. Era, comunque, un detto ironico, una presa per i fondelli.

U ciucciu cà unn'à fatt'a cuda a tri anni, unna fa cchijù: l'asino che non ha fatto la coda a tre anni, non la fa più. Se non hai conseguito una meta nel tempo stabilito, probabilmente non la conseguirai più.

U lupu abbuttatu 'un crid' aru dijùnu: chi è sazio, a pancia piena, non crede a chi ha fame ed è digiuno.

U pisci feta da capa: il cattivo esempio viene dall'alto.

U pisci gruussu si mangidi u picciriddhri: il pesce grande mangia il piccolo;  il potente divora il debole, per cui se ne deduce che è lotta impari destinata sempre all'insuccesso quella combattuta da un piccolo contro un grande.

U puurcu abbuttu arruuzzulu ù scifu: il maiale sazio fa rotolare il truogolo: il sazio trascorre una vita spensierata, e si può permettere anche di sprecare gli avanzi.

U puurcu pur'a notta si sonnid'a glianna: il maiale si sogna la ghianda anche di notte. La locuzione sulla naturale propensione del maiale a pensare sempre al cibo, senza mai ritenersi soddisfatto, dimostra che chiunque abbia una determinata inclinazione verso un qualcosa non la dimentica mai.

Un quitari u cani ca dorma: non dare fastidio al cane che sta dormendo.

U rré da cijddhra: per indicare uno presuntuoso, altezzoso, ma anche ignorante.

U vòi chiama curnutu aru ciucciu: il bue dice cornuto all'asino, chi rimprovera ad altri i propri vizi.

Vò paglia ppì cijnti cavaddhri: vuole paglia e nutrimento per cento cavalli. Locuzione riferita a chi fa richieste spropositate, accampa pretese enormi, esorbitanti, che non potranno mai essere soddisfatte; è una espressione di contrarietà verso il comportamento di persone esose, avide, ingorde. Una volta, il possesso di un cavallo era simbolo di ricchezza, sia per il suo costo che per il mantenimento; averne cento necessitava di un vero e proprio patrimonio.

Vò u ciucciu ccù tutt'i campanijddhri: vuole l'asino con tutte le bardature; riferito a chi ha e vuole ancora di più.

Vucca chiusa, 'un piglia mmusca: chi si fa i fatti suoi non va incontro a spiacevoli incidenti.

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