'Ngigna - Dal sito Tarsiadialetto

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Introduzione

Ogni paese ha i suoi modi di dire legati alle tradizioni, agli usi e costumi che, nel tempo, ne hanno fatto la storia.
"Parla cumi tà fatta mammata" è un modo bonariamente ironico rivolto a chi, facendo sfoggio di un'incerta lingua nazionale, nasconde il suo dialetto, rustico ma ricco di riferimenti culturali ed antropologici, generatore di proverbi e detti, un universo minimo, ma solido, stabile, durevole: con quelle parole i membri della comunità si scambiavano pareri, facevano commerci, si rivolgevano ai Santi ed a Dio, bestemmiandoli con asprezza o implorandone la grazia, impartivano insegnamenti o sussurravano frasi d'amore.
Con questa "Piccola raccolta del dialetto di Tarsia", ho inteso mettere insieme un patrimonio lessicale che rischia altrimenti l'estinzione. E' uno studio molto lungo, la cui unica fonte è la mia memoria e la curiosità di chiedere spiegazioni e significati agli anziani del paese: una raccolta sul campo, con materiali di prima mano, che ho poi elaborato e completato con accurate ricerche etimologiche.                         
La questione dell'origine di una parola è difficilissima scienza; ho cercato di fare del mio meglio, per chiarirne ed  accertarne la derivazione, seguendo alcuni semplici criteri di base, e lasciando ai glottologi (che, d'altra parte, lo fanno di mestiere e sono molto più bravi di me) il compito di ampliare la ricerca in modo esaustivo, integrandola alla grande originalità e diversità dei dialetti calabresi.
Ho tralasciato i vocaboli che, in qualche modo, si ritrovano uguali alla lingua nazionale.
A fronte della moltitudine dei termini che, nella loro base fonetica, si sono poco discostati dall'origine prelatina e latina, ve ne sono altrettanti che per vari influssi, o per una strana corruzione, si sono allontanati, e non di poco, dalla loro antica forma; questa deformazione può essere dovuta ad un modo di dire popolare, assimilandosi o combinandosi una parola con un'altra, ad un incrocio tra vocaboli di lingue diverse, ad una commistione per semplice azione fonosimbolica od onomatopeica.
La situazione si presenta ancora più ingarbugliata ed imbrogliata nei vocaboli che sopravvivono come relitti lessicali del substrato greco, soprattutto se riferiti al mondo della flora e della fauna: è come se il detto popolare si sia sforzato di rivivificare con nuove immagini le voci rimaste senza espressione e svuotate di ogni contenuto, sicché della manifestazione antica è rimasto solo un ricordo, una eco lontana.
Si sono conservati di più, una minoranza nelle maggioranza delle voci, i termini derivati dall'influsso germanico, arabo, francese e spagnolo, sia perché tanti elementi sono arrivati per via indiretta, sia perché le nuove voci si sono stratificate su una lingua comunque già preesistente.
In definitiva, devo confessare che, nonostante una minuziosa ricerca ed uno studio accurato, in tanti casi non mi è stato possibile arrivare ad una certezza scientifica, avendo dovuto limitare ad una probabile congettura la possibile origine del vocabolo; è stato un continuo conflitto tra la certezza, la probabilità e l'ipotesi, il distinguere la formulazione di una sicura etimologia da una mera possibilità o da una fantasiosa immaginazione.
Credo sia superfluo aggiungere che ho lasciato da parte, tranne qualche punto dove mi sembrava opportuna, ogni intenzione didattico-grammaticale. Questa non è un raccolta che insegna il dialetto, è soltanto un invito a parlarlo: uno stuzzichino per la mente. Il mio obiettivo è di esplorare insieme i sorprendenti legami che, nel corso dei secoli, ci hanno uniti a tante lingue. Quando una vecchia parola, ormai in disuso, entra nel nostro lessico familiare, va accolta con gioia: è un antenato che ritorna fra noi, con tante cose da raccontare.
Mi è d'obbligo ringraziare gli anziani del mio paese, ormai quasi tutti deceduti, per avermi dato il supporto e il materiale necessario; i tanti studenti universitari, di varia nazionalità e lingua, ai quali, con petulante insistenza, ho chiesto spiegazioni e consigli; tutte le persone, bidelli, uscieri, addetti alle biblioteche, che, con infinita pazienza, mi hanno dato una mano.

Riccardo Dell'Osso

 
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