Miscellanea - Tarsia dialetto

Vai ai contenuti
Miscellanea

A capa fora du saccu:  mettere la testa fuori dal sacco, riferito a chi accampa pretese.

A capocchia: operare in modo sconclusionato.

A chini puuzzu, a chini 'un puuzzu, a muglierma puuzzu: a casa mia comando io.

A cumbidenzia fa 'a mala crianza: l'eccesso di confidenza può provocare maleducazione, l'eccesso di familiarità può degenerare in scostumatezza.

Addhrumid' u lucisi?: è accesso il caminetto?

Adduvi ti sbij sanza 'mbrelli?: avvertimento di non affrontare qualsiasi situazione se non si è preparati, con gli strumenti atti alla bisogna, che ti facciano scudo ove ne occorra il caso.

Adduvi trasidi u suli nun trasa u miedicu: dove entra il sole non entra il medico.

A matinata fa a jurnata: le ore del mattino hanno l'oro in bocca. Chi si alza presto la mattina, disbriga tante cose, quante in una intera giornata, se ci si alza tardi.

Aprili fad'u juru e maj ni tena l'unuru: il mese di Aprile fa il fiore e il mese di Maggio ne gode.

A' fatt'i cosi a manichi 'mbrelli: riferito a chi agisce con deplorevole pressappochismo, alla carlona, grossolanamente.

A' fatt'ìj a grida: ha detto in giro che...

A' fatti nu bbuunu accattu: hai fatto un buon acquisto; in senso ironico ed antifrastico, espressione che si riferisce a chi ha fatto un pessimo affare.

A figlia a quinnici anni, o a mariti o a scanni: la figlia di quidici anni, o la mariti o la uccidi.

A gendi sanza figli, nè ppì dinari, nè ppì cunsigli: a chi non ha figli, non chiedere denari nè consigli, perché non conoscono le difficoltà della vita.

A junta a junta:  a poco a poco.

A lijttu strittu curchiti 'nmijnzi: in un letto stretto, coricati in mezzo; adattati a qualsiasi situazione, ma cerca sempre la migliore.

A linga 'ùn téna gossa ma rumpa ll'ossa: ne uccide più la lingua....

A mal'angina àppicata 'a viertula: a un cattivo sostegno hai appeso la tua bisaccia, riferito a chi frequenta compagnie poco raccomandabili, o di chi si fida di persona inaffidabile.

A mala cumbagnia porta l'uomu ara mala via: una cattiva compagnia porta sulla cattiva strada.

A mala lavannara 'un trova mmai a petra bbona: la cattiva lavandaia non trova mai la pietra buona. Detto di altri tempi, quando in mancanza di acqua corrente, i panni si andavano a lavare al fiume, strofinandoli ripetutamente su appositi lastroni di pietra. Il significato è riferito a chi dà la colpa ad altre situazioni per mascherare la propria incompetenza, o per giustificare la sua scarsa voglia di fare.

A' mis'a linderna 'mmani ari cicati: ha dato un mezzo a chi non sa adoperarlo.

A' mmis'i ciciriamuuddhru: si riferisce a chi conduce azioni prive di risultati pratici, senza alcuna sostanza ed essenza. Vedi "ciciriammuddhri".

A mmerda cchijù a riminìa, cchijù puzza: è inutile ripetere le cose disdicevoli.

A morta i gunu, salvazzioni i n'atu: morte di uno, salvezza per l'altro (riferito a chi trae vantaggio da una disgrazia altrui).

A pagà e mori, quanni cchiù tardi si po': a pagare e morire, quando più tardi sia possibile. Trattandosi di due faccende dolorose, la filosofia popolare le ha accomunate, consigliando di procrastinarle sine die.

A prima ghè di guagliuni: la prima partita la vincono i ragazzi, grazie alla fortuna e non all'abilità nel gioco.

A quannu a quannu: appena.

A raggiuna ghè di fissi e di quatrarijddhri: chi vuole avere sempre ragione, o è un fesso, o è un bambino.

A retina i tolli, ghunu a tira l'at'a mmolla: riferito a qualcosa di cui non si sa bene che fare, indecisione assoluta.

A rrobba du carrucchiaru sa frichida 'u sciampagnunu: gli averi dell'avaro li sperpera il prodigo.

A rrobba stà ccù chin'a sà tena: gli averi durano se ben custoditi.

A vicchiaja ghè nà carogna: la vecchiaia è una carogna.

Accatta caru e assettat'mparu: compra le cose che hanno un certo prezzo, e stai tranquillo; non badare a spese se vuoi acquistare roba di qualità.

Accucchijti cù chiri mijgli'i tia e fanni'i spisi: frequenta chi è migliore di te, anche a costo di rimetterci; ma io, bastian contrario, lo interpreto in questo senso: frequenta chi è migliore di te e cerca di sfruttarlo.

Accussì adda jì: così deve andare, espressione con cui si accettano le situazioni che non possono essere evitate.

Addhruva à passat'a stata pass'u vijrnu: dove hai trascorso l'estate passerai anche l'inverno; riferito a chi si fa vivo nel momento del suo bisogno, oppure quando gli pare e piace.

Ami fatt'aru stramacchiu: l'abbiamo fatto di soppiatto, senza che nessuno se ne accorgesse, alla chetichella, di contrabbando.

Ami fatti trenta, facimi trentunu: quando manca poco per raggiungere uno scopo prefisso, conviene fare ancora un piccolo sforzo per arrivare alla meta, in fondo da trenta a trentuno, c'è un piccolo lasso. La locuzione si deve a papa Leone X, un Medici, 217° papa della Chiesa, dal 1513 alla sua morte: sensibile alle sollecitazioni nepotistiche, concesse la porpora a 30 nuovi cardinali, a cui ne aggiunse uno (suo parente), affermando: “ne abbiamo fatto trenta, ne possiamo fare anche trentuno”.

Ammenti cà ti chiami, 'un ci sijnti: anche se ti chiamo, tu non ci senti, fai il finto tonto.

Ani cangiat'i sonaturi, m'à sunata ghè semb'a stessa: sono cambiati i suonatori, ma lo spartito non cambia: tutto cambia, perché niente cambi.

Aprili, quanni ciangia e quanni rira: il mese di aprile, quando piange e quando ride, il tempo è variabile.

Ara pizzintja 'un cè sparagnu:  una condizione misera non può andare d'accordo con il risparmio.

Ara scuitata: all'improvviso.

Ara scuncata da fera: i risultati si vedono quando la fiera è finita.

Ara squagliata da niva si parin'i strunzi: quando le cose si sono chiarificate, vengono a galla i problemi.

Ara vicchiaja i cauzi russi...: da vecchio non puoi indossare abiti sgargianti; certe cose vanno fatte all'età giusta.

Ara vigna di fissi: alla vigna dei fessi, per indicare un consumo di beni a spese altrui, con riferimento al facile accesso di un vigneto.

Arrusti e mangia: possiedi per quanto è necessario al tuo sostentamento.

Aru buonu aru buonu: pacificamente, senza ragione, anche in modo inaspettato, d'accordo. E' locuzione derivata dallo spagnolo “de bueno a bueno” (d'accordo).

Aru cuntu sijnt'i risi...: rideremo alla resa dei conti...

Aru malu mijtituru s'impingini i canneddhre: ad un cattivo mietitore danno fastidio le protezioni delle dita: espressione usata per indicare chi non riesce ad utilizzare un arnese in  modo appropriato e corretto o perché è svogliato nell'eseguire un lavoro, ovvero perché incompetente.

Avant'anni ghè muurtu Pijtri e aguanni ti venid'u fijtu: l'anno scorso è morto Pietro e quest'anno te ne accorgi. Riferito a chi si rende conto tardi di alcune situazioni.

Camina tisu tisu: cammina in modo rigido e in atteggiamento di superbia.

Cangiami l'oru ccù chiummu: cambiamo l'oro con il piombo. Da una situazione favorevole siamo scesi ad una negativa.

Cangiari l'uucchi ccà cuda: scegliere una situazione svantaggiosa.

Carta véna e jucaturu s'avanta: espressione presa in prestito dal gioco delle carte. Chi, presuntuoso, si fa meriti di un proprio successo, non dovuto alle capacità o valore, ma alla fortuna o alla buona sorte. La locuzione è usata per commentare l'eccessiva autoesaltazione di taluni che vogliono far credere di essere esperti e capaci, laddove sono solo fortunati.

Catinazzi avìa nà mala faccia: si riferisce ad un personaggio del paese, uomo mite e tranquillo, sempre disponibile per i lavori più umili. Non sono mai riuscito a capire perché si portava dietro questo detto.

Ccà amici e cchì parenti, unn'ara accattà e unn'ara vinni nendi:con gli amici e con i parenti non comprare e non vendere niente.

Ccù patri e patruni un tijni mai raggiuni: con i genitori ed i padroni non avrai mai ragione.

Chiacchier'e tabaccher'i ligni, u Banch'i Napuli manchi s'impigmi: fandonie, frottole, chiacchiere, parole dette a vuoto ed oggetti di poco conto, il Banco di Napoli non li prende in garanzia. I “tabaccher'i ligni” potrebbero indicare, in senso metaforico, l'apparato sessuale femminile di donna non più fertile, quindi infruttifera, che non da garanzie che un futuro investimento possa dare un utile, come le parole dette a vuoto. Oppure, sempre riferito a questo secondo significato, la “tabacchera” è un traslato: la scatola, se tenuta chiusa, trattiene anche l'aroma del tabacco, così come l'organo sessuale femminile serve a conservare, non deflorato, la virtù verginale. Per inciso, dirò che il Banco di Napoli in questione era il vecchio Banco dei Pegni, sorto a Napoli nella prima metà del 1500 per combattere l'usura.

Chini à vò cotta, chini à vò cruda: non si possono accontentare tutti.

Chini mina pprima, mina rirjinni, chini mina doppi, mina ciangijnni: è sempre meglio anticipare le mosse dell'avversario.

Chini nascia tunnu 'un po' mori quatru: chi nasce rotondo non può morire quadrato. E' impossibile mutare l'indole di una persona che, nata con un'inclinazione, se la porterà dietro per tutta la vita. La locuzione, usata con rincrescimento, osservando l'inutilità degli sforzi compiuti per cercar di correggere le cattive inclinazioni dei ragazzi, in fondo traduce il principio dell'impossibilità della quadratura del cerchio.

Chini paga 'nprima paga ddua vota: chi paga subito paga doppio.

Chini s'assumiglia, si piglia: chi si assomiglia si piglia.

Chini  si curca ccch' quatrarijddhri, si leva cacatu e pisciatu: chi si prede cura dei bambini deve accettare il bene ed il male.

Chini si gaza primi, primi cummanna: chi si alza per primo, per primo comanda. La frase sembra possa essere riportata ai tempi in cui, dopo il matrimonio, la sposa era mantenuta nella casa del marito, per cui doveva sottostare, novella schiava, agli ordini di chi si alzava per primo, fosse il marito, il suocero, o la suocera.

Chini si minda cchì criaturi si trova cacato: chi intrattiene rapporti con i bambini si ritrova coperto d'escrementi; chi vuole avere contatti con persone incapaci ed immature, ne dovrà sopportare anche l'incopetenza e mancanza di serietà.

Chini simmina gòj, un po' cogli dumani: chi semina oggi non può raccogliere domani: ogni cosa a suo tempo.

Chini simmina spini, unn'àdda ìj scauzi: chi semina spine non deve camminare scalzo.

Chini sparta si frichid'a meglia parta: chi divide il cibo si prende la porzione migliore.

Chini tena santi va 'mparavisi: chi ha santi va in Paradiso. La locuzione non si riferisce al premio eterno, ma più prosaicamente ai beni terreni, a prebende e posti ben remunerati; ed i santi non  sono quelli che hanno praticato le virtù cristiane, ma coloro capaci di dare una spinta, una raccomandazione.

Chini ti vò bbeni ti fa ciangi, chini ti vò mali ti fa riri: chi ti vuole bene ti f piangere, chi ti vuole male ti fa ridere.

Chini zappa fujinni, coglia ciangijnni: chi zappa fuggendo, raccoglie piangendo: presto e bene non si conviene.

Ciang'i morti e futt'i vivi: piange i morti e fotte i vivi (riferito a chi si lamenta senza averne realmente motivo).

Ciangi u giustu pù piccaturu: chi non ha alcuna colpa, a volte paga anche per chi sbaglia.

Cu 'nu sì t'impicci, cu 'nu no t'a spicci: per non trovarti nei fastidi, è meglio non acconsentire ad alcune proposte. Spesso dicendo di si a qualcuno anche una sola volta ci si può trovar coinvolti in faccende da cui riesce poi difficile liberarsi, mentre dicendo di no non si corre simile pericolo e si resta liberi di futuri o fastidiosi coinvolgimenti.

Cugnu da stessa lignama:  fatto della stessa pasta.

Cum'a lejia, a scriva: è uno che non ci pensa su, si comporta in modo istintivo.

Cum'a vidi, accussì a scrivi: come la vedi, così la scrivi, cioè della cosa di cui stiamo trattando, non c'è altro da aggiungere, ne basta la presenza. L'espressione sembra sia da riferire alla sposa promessa in matrimonio, di cui si poteva annotare soltanto la bellezza e la presunta illibatezza, senza che ci fosse l'obbligo di contrattarne la dote, o i capitoli economici del matrimonio.

Cumi t'impicci, ti spicci: come ti sei impicciato, così adesso te la sbrighi.

Cummannari ghè mijgl'i futti: comandare è meglio del fornicare.

Davant'a porta tua chiantaci spini, cà matina, quanni ti ghazi, ccì truuvi nà rosa: davanti la tua porta piantaci spine, perché al risveglio del mattino ci troverai rose: cerca di essere discreto nelle tue cose, ché avrai sempre il rispetto degli altri.

Debbiti e piccati, amar'a chini ni tena: debiti e peccati, povero e infelice chi ne ha.

Dicimi a chini sì figli e ti dichi 'a chini assumiglia: dimmi a chi sei figlio e ti dirò a chi assomiglia: dimmi a quale parentela appartieni e ti dirò di loro vizi e virtù.

Dìi 'i fa e u munnu accucchia: Dio li crea e il mondo li accoppia, per dire di due che stanno bene insieme.

Dittu ppì dittu: per sentito dire.

Fà bben'e scordatinni, fa u mal'e pensaci: fà del bene e dimenticalo, fa del male e pensaci.

Fà cumu dicid'u prievitu e nò cumu fa: segui i consigli del prete e non il suo esempio.

Fà 'u fissu ppù 'n'jì ara guerra: fare il fesso per non andare in guerra (si dice di uno che fa finta di non capire, che, di fronte a situazioni che richiederebbero impegno ed applicazione, si defila adducendo pretesti vari).

Fà ‘u mast da festa:  fare il maestro della festa. Locuzione da intendersi sia in senso strettamente letterale che in senso figurato; intesa in senso letterale si fa riferimento a chi, sia pure dispoticamente, si impegna ad organizzare feste pubbliche o private conferendo spesso il proprio danaro oltre che il proprio tempo ed impegno; in senso traslato la locuzione si usa con dispetto nei confronti di chi, senza esserne né invitato, né delegato a farlo pretende di organizzare l’altrui esistenza; costui con incredibile faccia tosta si presenta non richiesto in casa altrui e disponendosi ad agire come un factotum, dispensa sgraditi consigli sul modo migliore di comportarsi.

Fammi trasi ari pidizzi, cà pù larghi mi fazzi: datemi un'opportunità che saprò farmi valere.

Fari filunu: cioè marinare la scuola, assentarsi, bigiare. Voce derivata dal latino “filum”, filo, da cui il verbo italiano filare. Oltreché pettinare, cardare, ha anche il significato di allontanarsi, correre velocemente, scappare. Quest'ultimo senso, così come l'espressione “fari filunu”, è stato mutuato da termini marinareschi: il filare di una nave era il viaggiare per tot miglia in ciascuna ora, e la velocità era misurata da una corda, o un filo, suddiviso in nodi, ciascuno dei quali rappresentava un miglio.

Fin'a ccà zita si garma, aru zitu li ghescia l'anima: il giorno delle nozze, i lunghi preparativi della sposa rendono impaziente lo sposo, che non vede l'ora di portarsela a letto.

Fora affascinu: che stia lontano il malocchio, l'incantesimo.

Furtuna e cauci'nculu vijati a chini ni tena: beato chi ha fortuna e raccomandazioni dall'alto.

Garma 'na minzogna, quanni 'c'è bisogne: dì una bugia soltanto se c'è veramente bisogno.

Ghè azzariatu ccù diavulu: ci si riferisce a persona fisicamente forte, di non comune resistenza, oppure che sia guarita da grave malattia.

Ghè crisciutu 'ndà vammace: è cresciuto senza aver dovuto affrontare disagi e sacrifici.

Ghè iutu stu munnu a pinninu: è emigrato.

Ghè l'urtimu buttunu dà vrachetta: è l'ultimo bottone della patta dei pantaloni; riferito a chi non ha nessuna importanza, che non vale niente.

Gunu ni fa e cijnti ni penza: una ne fa e cento ne pensa: riferito a chi non porta a compimento alcuna cosa.

Jamuninni, cà l'ura è fatta e u caminu è luungu: andiamocene , perché l'ora è fatta ed il cammino da percorrere è ancora lungo.

I debbiti si paganu e i piccati si ciangini: chi è causa del suo male pianga se stesso.

I ch'ira banna: dall'altra parte del fiume.

I cuggini frichin'nprima: i parenti prossimi attentano alle ragazze.

I jiditi da mani 'un su tutti guali: le dita di una mano non sono tutti uguali, ognuno ha la sua caratteristica.

I niputi prima putili, e si tornini a jittari, tornali a putare: cerca di essere inflessibile con i nipoti.

I niputi prima ti putini e pù ti sputini: mai aspettarsi la riconoscenza dei nipoti, perché ti sottraggono quanto possono.

I piaciri si rennini: i piaceri si rendono.

I sordi fani sordi, e i piducchj piducchj: i soldi producono soldi, e i pidocchi pidocchi.

I sordi fani vinì a vista ari cicati: con i soldi si possono risolvere anche situazioni (quasi) impossibili.

I venniri e i marti, 'un ci si spusa e 'un si parta: di venerdì e di martedì non ci si sposa e non si parte. Il significato di questo proverbio andrebbe ricollegato all'inopportunità di intraprendere azioni in questi due giorni, perché il martedì è dedicato a Marte, dio della guerra e della discordia, mentre per il venerdì ci possono essere due interpretazioni: o perché questo giorno, secondo la cabala, rappresenta gli spiriti maligni, ovvero perché simbolo di Venere, dea della femminilità, intesa nel senso della lussuria e dell'inganno.

I vijcchi mòrini  ccu tri "C": caduta, cacareddhra e catarru: i vecchi muoiono con tre "C": caduta, cacarella e catarro.

I zallari fan'i zelleri: come termine singolo  “zelleri” non esiste in tarsiano. Viene usato, forse come onomatopeico e fono simbolico, soltanto in questa espressione. Il significato è che i cenci producono solo stracci, da povertà deriva solo povertà.

Lampami 'inculu: indica un piccolo insuccesso, un risultato inefficace, intempestivo o controproducente. Il racconto popolare lo vuole riferito ad un contadino che, tornando a casa in una notte buia e tempestosa, cade e rompe un recipiente; mentre è chino per raccoglierne i cocci, un lampo gli illumina il didietro, e lui si sfoga contro la sfortuna.

L'amicu si canuscia aru bisuugnu: i veri amici sono quelli che ti soccorrono nel momento del bisogno.

L'amur'i lundani ghè cumi gacqua 'ndu panaru: l'amore da lontano è come l'acqua in un cesto di vimini.

L'anim'a Ddiu e a rrobba a chi li spetta: a ciascuno il suo (unicuique suum).

M'à brusciat'u pagliunu: mi ha fatto fesso, è mancato ad un impegno, ad un lavoro, ad un appuntamento. La locuzione potrebbe derivare dall'usanza degli eserciti sconfitti, che, nella ritirata, erano soliti bruciare tutto, di modo che i vincitori non potessero usufruire di alcunché.

M'ài abbuscat'a jurnata: mi sono guadagnato la giornata, espressione ironica rivolta contro se stessi, quando si fa un danno o un'azione controproducente in senso economico.

Mal'e bbene, ara fine vena: il male o il bene hanno un loro termine.  Non preoccuparti soverchiamente ma non vivere sugli allori perché sia il male sia il bene che ti incorrono, non sono eterni e come sono cominciati, così finiranno.

Marzu marzijcchj, nu poca chiova, nu poca assulicchia: a marzo, pioggia e bel tempo si alternano.

Mi scasta ll'anima: sono molto dispiaciuto.

Mi staj grattann'a capa ppì vidi cum'àia fa: sto cercando una soluzione al mio problema.

Mijgli amici, i megli curteddrate: proprio da quelli che sono considerati i migliori amici arrivano le peggiori offese.

Mijgli cijnti ducati aru diavulu, cà nò nù sordu aru prigatorio: quando si nega un prestito a qualcuno e si preferisce perderli.

Minad'a petra e ammuccia'a mana: tira il sasso e nasconde la mano.

Minda, cù mindi ghè saluta: fare all'amore è indice di benessere psico-fisico.

Mò ci'allazzi 'na lampa: adesso mi faccio una gran bevuta.

Mugliera e figli, cumi Ddiju ti manna ti pigli: accetta il destino.

Muurtu e buunu adduve ghè ghè: morto e buono là dove è (quando si dice male di una persona morta, circostanza che di solito induce ad essere benevoli).

Na bott'aru cijrchi e guna aru timpagnu: barcamenarsi tra due esigenze diverse.

Na mamma po' campà cijnti figli, cijnti figli 'un campani nà mamma: una madre può allevare cento figli, ma cento figli non riescono ad accudire una madre: l'amore di una mamma non ha confini.

Nculu a ttìa cumi sì spiertu: mannaggia a te come sei bravo.

Niva marzulina da sira ara matina: la neve di marzo si scioglie presto.

Ogni capa ara capa sua: ognuno decide secondo il proprio metro di giudizio.

Panza chijna canta e no cammisa janca: pancia piena canta, non la camicia bianca.

Parlann ccù crianza: parlando con educazione (quando ci si riferisce, nella conversazione, a qualcosa di sporco o disdicevole).

Passini l'anni e criscin'i malanni: col passare degli anni aumentano i malanni.

Petra disprizzata, canduner'i muri: pietra disprezzata, angolare di muro. Riferito a chi, ritenuto umile e debole, dimostra di essere forte ed utile.

Pirsuna trista, 'nnumminata e bbista: persona triste, nominata e vista: parli del lupo e gli spunta la coda.

Pisulu pisulu: prendere di peso sulle braccia come una piuma.

Prima t'ai mparà e pù t'aia perdi: prima devo insegnarti (il mestiere) e poi devo perderti. Riferito a chi richiede consigli su come operare e poi fa di testa sua.

Pulitu pulitu: con un certo garbo.

Pur'i muri tenin'i ricchj: tenere al segreto, non spettegolare, per non dire cose compromettenti.

Quann'a canzuna 'un bèna dù cori ghè cumi nà minesta senza sali:  senza sentimento tutto è insipido.

Quanni chiova 'un sicca nnende: quando piove non secca niente.

Quann'a paddhra fa tatà, o si fissi o 'un sa jucà: in uso tra i giocatori di biliardo: il giocatore che con il suo colpo induce la palla a rimbalzare ripetutamente con un'altra, o è stupido, o non sa giocare.

Quann'u diavulu t'accarizza, ghè signi ca vò l'anima: quando il diavolo ti accarezza, vuole la tua anima. Attento agli adulatori, non bisogna fidarsi di chi ti blandisce, potrebbe avere un secondo fine.

Quanni chiova da livantina piglia a spisa e va nda cantina: quando piove da levante, trova riparo.

Quanni chiova di livanti, và t'appari 'ndi vacanti: quando viene la pioggia da levante, cerca riparo nei luoghi avvallati, cioè al riparo dei venti." Questo perché il levante, un vento invernale che viene dall'est, è accompagnato da forti pioggie e tempeste. E' un antico detto dei pastori che, in caso di maltempo, cercavano rifugio, per sé e per il gregge, in zone meno esposte e più protette.

Quanni sì ncuijna statti, quanni sì martijeddhru vatti: quando sei incudine resisti alle avversità, quando sei martello batti, prendi l'occasione favorevole e adattati a tutte le circostanze.

Quanni 'un po' piglià addhrirta pigli'u pinninu: se trovi degli ostacoli cambia soluzione al tuo problema.

Quanni zappi e quanni puti né cumpari e né niputi, quanni ghè tijmpi i vignari tutti niputi e tutti cumpari:

Quann'u figli ghè povarijddhri, manc'a mammasa u po' bidi:

Quant'anni ti varcad'a ttìa?: di quanto è più vecchio di te?

O stuurtu o muurtu: modo di dire riferito ad una azione condotta in porto alla bell'e meglio o alla meno peggio, sia pure con impegno e sacrificio.

Ogni capa ara capa sua: ognuno decide e valuta secondo il proprio metro di giudizio.

Ognunu s'avanda d'a robba sua: ognuno loda la magnificenza dei suoi averi.

Piglia e porta: indica il pettegolo malevolo che ascolta (piglia) e riferisce ad altri (porta).

Pur' a riggina ha avutu bisuogn da vicina!: anche le persone importanti hanno avuto bisogno della gente umile.

Quann'i figli futtuni, i patri su futtuti: quando i figli copulano, i padri restano buggerati. quando i figli conducono una vita dissoluta e perciò dispendiosa, i padri ne sopportano le conseguenze o ne portano il peso; va da sé che con la parola fòttono non si deve intendere il semplice, naturale atto sessuale, ma piú chiaramente quello compiuto a pagamento.

Risparmia e cumparisci: un dono ben scelto, anche se di poco conto, ti fa fare bella figura.

Rrobba i notti, vrigogna i jiurnu: quello che si fa all' oscuro (di notte) può non essere conveniente farlo di giorno.

S'à fatt nu pizzulunu ppà vrigogna: si è vergognato talmente tanto che è diventato piccolo piccolo.

S'à pigliat'a mana ccù tutt'u vrazzu: si è approfittato della mia bontà.

S'à ricuotu ara punutu du sulu: è tornato a casa al tramonto.

S'a vutat'u munnu:  è ruotato il mondo.  Amaro ed indispettito commento pronunciato da chi, specie anziani, si trovi ad essere coinvolto, o anche a fare da semplice spettatore ad accadimenti ritenuti paradossali, assurdi ed inattesi che mai si erano verificati, né mai si riteneva si potessero verificare e che solo il capovolgimento del mondo ha reso possibili.

S'un prijsti fussa bbuonu, s'imprister'a mugliera: se il prestito fosse buono si potrebbe prestare anche la moglie.

Sà canda e sa sona: riferito a chi presume di far tutto da solo.

Saccu vacanti no sta dirittu: sacco vuoto non sta dritto.

Sanza dinari 'unn sinni candini missi: ogni cosa, anche la più sacra, ha un suo prezzo.

Sanz'i fissi 'un campan'i diritti: i furbi hanno la meglio, in quanto ci sono i fessi che lo consentono.

Sciacqua Rosa e viva Agnese: mentre Rosa lava, Agnese beve; per indicare chi vive a spese altrui.

Si chiova di punente va fatiga ca 'unnè nente: se la pioggia viene da ponente, non preoccuparti.

Si gunu s'à filà, fila puru nu scuurpulu: se uno è bravo nel suo lavoro, fa delle buone cose anche con materiale scadente.

Si vidi nu jejju e nu lupu, spara prima aru jejju e ppù aru lupu: se vedi un albanese e poi un lupo, spara prima all'albanese e poi al lupo.

Si vò campà aru munnu cundijndu, chiri ca vidi vidi e chiri ca sijndi sijndi: se vuoi campare contento a questo mondo, non badare a quello che vedi o senti: fatti i fatti tuoi che vivrai meglio.

Si vù cà l'ammicizia si mandéna, nà mana và e l'ata véna: se vuoi mantenere l'amicizia, una mano va e l'altra viene: do ut des.

Simmina quanni vù, ca pù a giugnu ara meta: semina quando vuoi, che nel mese di giugno mieterai.

Sta jittanni i faudi: si sta avvolgendo il mantello per uscire, o per andare via.

Sti banni banni: dappertutto nel mondo.

Sti tremp'a pinnini: verso il dirupo.

Storta va, diritta vena, sembi storta 'un po' jì, apprijss'u mali ven'u bbene, po' tardà m'adda vivì: va storto, ma viene dritto. Parte negativamente, ma si conclude positivamente; locuzione emblematica di una filosofia ottimistica con cui si afferma la certezza, o almeno la speranza, che le cose principiate in modo errato o che sembrano procedere in maniera distorta, prima o poi si concluderanno in maniera esatta e conferente.

Stu pinsijru mi divacad'a capa: questa preoccupazione mi svuota la testa.

Sù cul'e cammisa: sono culo e camicia, per indicare persone che vanno d'accordo, che si frequentano in modo assiduo.

Sul'ara morta 'un cè rimmediu: solo alla morte non c'è rimedio.

Surcu cummoglia surcu: il solco copre il solco, il presente nasconde il passato.

Tanni ppì tanni:  lì per lì, per indicare l'immediatezza di un'azione, o la contemporaneità di due avvenimenti.

Tened'a puzza sutt'u nasu: tiene il puzzo sotto il naso Detto di chi, borioso, tronfio e schizzinoso assuma un atteggiamento di ripulsa, quello di chi avendo un puzzo sotto il naso, non lo tollerasse.

Ti v'àmmasunu prijst stasira: ritorni a casa presto questa sera. Lo si riferisce, scherzosamente, quando un amico lascia la compagnia e rientra a casa molto presto.

Tira cchiu' nu pilu i fissa ara sagliuta ca na corda aru pinninu: tira maggiormente verso l'alto un pelo pubico femminile, che una corda verso il basso.

Triddhru ara chiazza e truvulu ara casa: gioioso, allegro in piazza e cupo in casa.

U chiandu du quatrarijddhri u canuscid'a mamma: il modo di piangere di un bambino lo sa interpretare soltanto la mamma.

U chiurit'i culu ghè cchiù forti du tarramutu: la curiosità è più forte di un terremoto.

U guadagn'i Cazzetta, accatt'a gott e binn'a sett:  riferito a chi, in un affare, va in  perdita. E' una locuzione iperbolica, un commento amaro di chi, dalle proprie opere, non ottiene i risultati sperati, ma, al contrario, ci rimette soltanto. Il personaggio Cazzetta è nome fantomatico.

U lavuru si chiama tatu, pirciò a mmìa mi feta: voglia di lavorare saltami addosso.

U lijtti fà dua cosi, si un duurmi ti riposi: il letto concilia il sonno, oppure predispone al riposo.

U mijdicu studìa e u malatu sinni và: mentre il medico studia la malattia, il malato sta per morire.

U pais'i futticchj: il paese del bengodi, del dolce far niente.

U ricchi quanni vò, u poviri quanni pò: il possidente mangia quando vuole, il poveraccio quando può.

U ricchi strazza e u u puviri arripizza: il ricco può permettersi anche di scialacquare, mentre il povero si deve arrangiare.

U sanghi chiama sanghi: il sangue chiama sangue, da intendere che la violenza richiama altra violenza.

U scarciofili si munna na frunn'a vota: il carciofo va pulito una brattea per volta. Le cose fanno fatte con calma e pazienza.

U Signuru chiuda nà porta e rapa nù purtunu: abbi fede nella Santa Provvidenza.

Un fa cirimonia: non fare convenevoli.

Un piglia mmaj riggìjttu: è sempre in movimento, non si riposa mai.

Un si piglini, si un si rassumiglini: affinità elettive, non si sposano se non si assomigliano.

Un tèna manchi l'uocchi ppè ciangi: non ha neanche occhi per piangere (è talmente povero che non può neanche commiserarsi).

Vala cchiù n'amicu veru ca cijnti ducati: vale di più un vero amico che cento ducati.

Vala di cchiù na bbona nnumminata che cijnti ducati: più dei soldi ha  valore un buon nome.

Vasu 'mpizzichijddhri: un bacio sul musetto, ai bambini in segno di tenerezza.

Vatt'u fijrru quanni ghè caudu: batti il ferro quando è caldo: approfitta di una situazione favorevole.

Vidi a morta ccù l'uucchi: riferito a chi si trova in situazioni di vita di relazione o di salute cosí gravi e/o pericolose da vedere la morte in viso , ma di venirne fuori tanto da poterlo raccontarne.
 
Viziu 'i natura, nsign'ara morta dura: vizio di natura dura fino alla morte.


Torna ai contenuti