Esclamazioni, contumelie, bestemmie, minacce, auguri - Tarsia dialetto

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Esclamazioni, contumelie, bestemmie, minacce, auguri.

A' ca vò ìj cijessu cijessu: che tu possa andare ramingo.

A' ca vo ìj grungi: che tu possa diventare storpio.

A chini duna a chini pruminda: a chi da e a chi promette, riferito a persona litigiosa, attaccabrighe.

A chini pruminta, a chini spruminta: riferito ad un attaccabrighe.

A gammall'aria: a gambe in aria, rovinosamente.

A pesta cà ti vatta: la peste che ti colpisca (non è un'imprecazione, ma una forma per contrariare o contestare qualcuno).

A raggiuna ghè di fissi: la ragione se la prendono gli sciocchi. La locuzione con aria risentita viene profferita da chi si vede tacitato con vuote chiacchiere, in luogo delle attese concrete opere.

Acqua c'un camina, fa pandan'e feta: acqua che non corre, ristagna e puzza. Non bisogna fidarsi delle persone tranquille e taciturne in quanto sono quelle che rimuginano, almanaccano in silenzio senza farsi scorgere dagli altri, per poterli poi sorprendere; chi fa le viste di zittire e non partecipare, è colui che trama nell'ombra e che all'improvviso si appaleserà per il tuo danno con tutta la sua puzza.

Adduv'arrivi, ci chiandi nu palu: dove giungiamo là poniamo uno stecco. La locuzione è usata sia a mo’ di divertito commento di un’azione iniziata e non compiuta del tutto, sia per rassicurare qualcuno timoroso dell’intraprendere un quid ritenuto troppo gravoso da conseguirsi in tempi brevi; ebbene in tal caso gli si potrebbe dire: ” Non temere: non dobbiamo fare tutto in un’unica soluzione; noi cominciamo l’opera e la proseguiamo fino al momento che le forze ci sorreggono; giunti a quel punto, vi poniamo un metaforico stecco, segno da cui riprendere l’operazione per portarla successivamente a compimento.”

Ah, chi vò jì pizziennu 'sti banni banni: che tu possa andare mendicando dappertutto.

Ai  patutu ' i chiuov'i Christi: ho sofferto i chiodi di Cristo.

Amar'a chin'add'avì, viat'a chin'adda dà: d’acchito quanto affermato nella locuzione appare contrario ad ogni logica corrente, giacché, nell’inteso comune, si ritiene che sia beato un creditore piuttosto che il debitore. In realtà  le cose stanno  nel modo diametralmente opposto. Male compete a colui che deve ricevere, mentre è beato colui che deve dare qualcosa: il creditore sta messo peggio del debitore. In effetti, il debitore sta godendo d’un bene ricevuto ed anche se è oberato dall’obbligo di doverlo restituire o conferirne il corrispettivo ha dalla sua il fatto di non doverlo fare subito e/o in tempi rapidi e, quand’anche ciò fosse, ha dalla sua l’augurio di buona salute che gli riserva il creditore preoccupato, in caso di infausto esito della vita del debitore, di veder volatilizzato con lui il suo credito; al contrario il meschino creditore che ha elargito qualcosa sta nella condizione sfavorevole attendendo una restituzione o un pagamento che non sa se e quando avverranno; nelle more, per certo gli saranno indirizzate le maledizioni del debitore che, augurandosi un decesso del creditore, ritiene di liberarsi, con esso, del proprio debito.

Amaru a chini tena bisuognu: triste è il destino di chi è indigente.

Amaru chini nascia povaru, cà ogni vijnd'u po': triste è il destino di chi nasce povero, perché è sempre in balia dei venti, esposto a tutte le avversità.

Appilita stà vucca: sta zitto.

Appuntiti nù pocu: fermati un po'.

Ara mala vicina a pitta cchiù grossa: se non vuoi inimicarti il vicinato, ogni tanto cerca di essere cortese.

Ari grispi: espressione volgare e canzonatoria che vuole indicare un arrivederci.

Arrassusìa!: (esclamazione). Stia lontano, alla larga.

A sorta du pijcuru, ha nati cornutu e mora scannatu: la cattiva fortuna del becco: nacque con le corna e muore squartato. La locuzione è usata quando si voglia sottolineare l'estrema malasorte di qualcuno che viene paragonato al maschio della pecora che oltre ad esser destinato alla fine tragica della sgozzatura deve portare anche il peso fisico e/o morale delle corna.

Ca Madonna ti vò renne u duppiu dù bbeni chi mà fatt: che la Madonna ti possa rendere il doppio del piacere che mi hai fatto.

Ca si vò sciuddhrà u munnu: che possa andare tutto a ramengo.

Ca ti vinissa nà cangareja: che possa venirti un male.

Ca ti vò bbinì 'u motu, nù nzurtu: che ti possa venire una convulsione, un colpo apoplettico.

Ca ti vò piglià ( o cadi) 'ncuuddhru 'a cascia: che tu possa essere decapitato dal coperchio della cassa a mo' di ghigliottina.

Ca ti vò piglià nu truunu: che tu possa essere colpito da un tuono (nel senso di qualcosa di pesante, perché il tuono è solo rumore).

Ca ti vò rimani 'nganna: che possa rimanerti in gola.

Ca ti vò rupp nà gamma: che tu possa romperti una gamba.

Ca ti vò sucà 'a neglia: che ti possa avvolgere la nebbia.

Ca ti vuuni cad'i mani: che possano mozzarti le mani.

Ca ti vuuni fà stozza stozza: che tu possa essere ucciso a pezzettini.

Ca ti vo' suca' nu lampu e ca ti vo' piglia' nu truunu: che possa aspirarti un lampo e prendere un tuono.

Ca ti vò vidi cicatu: che tu possa vederti accecato, contraddizione in termini.

Ca vò campà centanni ccà bbona saluta: augurio di vivere ancora cento anni in buona salute.

Ca vò chiovi sordi: che possa venire abbondanza.

Ca vò fa 'i fungi: che tu possa marcire come i funghi.

Ca vò jittà sangu: che tu possa sanguinare.

Cà vò sckattà dumani: che tu possa morire domani (non oggi, meglio rimandare così mi passa la rabbia).

Cà vò vinì cchiù nivr'i minzannott: che tu possa essere più nero della mezzanotte, augurio funereo.

Cazzunu miricanu: locuzione piuttosto recente, forse riferita ai soldati di stanza a Napoli durante e dopo la seconda guerra mondiale, facilmente gabellati ed imbrogliati dagli scugnizzi, come, ad esempio, in alcune scene del film “Paisà” di Rossellini del 1946.

Chini fravica e sfravica 'un perda maj tiimpi: chi fa e disfa, non perde mai tempo. La locuzione da intendersi in senso antifrastico, si usa a commento delle inutili opere di taluni, che non portano mai a compimento le cose che cominciano, di talché il loro comportamento si traduce in una perdita di tempo non finalizzata a nulla.

Chini tena na mala vicina tena na mala matina: è antipatico cominciare la giornata, sapendo che non si andrà d'accordo con i vicini di casa.

Cì 'à fricata nà lappa: gli ha dato un ceffone.

Cì àj fricata na' vitticata: gli ho dato una bastonata.

Ci manchini diciannovi sordi p'apparà na lira: ci mancano ben diciannove soldi per raggranellare una lira. Poiché la lira de quo contava venti soldi il fatto che mancassero diciannove soldi, significava che ci si trovava in gran carenza di mezzi  e la locuzione, riferita ad una azione principiata con tal carenza, voleva significare che, con ogni probabilità, non si sarebbe potuto portare a compimento il principiato e che, forse, sarebbe stato piú opportuno il desistere.

Cù nu sì t'impicci, cù nu no ti spicci: dicendo di sí ti impicci, dicendo no ti sbrighi. La locuzione contiene il consiglio, desunto dalla esperienza, di non acconsentire sempre, perché chi acconsente, spesso poi si trova nei pasticci... molto meglio, dunque, è il rifiutare, che può evitare fastidi prossimi o remoti.

Cumu t'incazzi ti scazzi: come ti sei arrabbiato, così adesso calmati.

Curciu e malucavatu: piccolo e sgraziato.

Curnutu e mazziatu: cornuto e maltrattato, riferito a chi, dopo aver subito un torto debba sottostare anche al dileggio.

E' ra 'mabaciulina!: è una espressione di esclamazione, con il significato di evidente, chiaro, manifesto, lampante.

Fà i cosi a manich'imbrelli: agire a manico di ombrello. Il manico di ombrello è usato eufemisticamente in luogo di ben altre teste. La locuzione significa che si agisce con deplorevole pressappochismo, disordinatamente, grossolanamente.

Fatt'a crucia: rassegnati, non c'è niente da fare.

Figl'i 'ntrocchia: furbo.

Fora affascinu: che stia lontano il malocchio, l'incantesimo.

Frica e futti: imbroglia e fregatene.

Futta e ciangi: frega e lamentatene.

Futtatinni: fregatene, non dare peso: è un invito icastico a lasciar correre, rivolto a chi si preoccupa eccessivamente.

Ghè cchiù fiss'i l'acqua cauda: essere più sciocco dell’acqua calda. Così si dice di chi sia, per innata insipienza o acclarata stupidità, talmente sciocco e vuoto ed insignificante al punto di non aver alcun gusto e/o sapore al pari di una pentola d’acqua riscaldata, cui difettino ogni aggiunta di aromi e/o condimenti e pertanto sia incolore ed insapor

Ghè cchiù scur'i menzannotti: di male in peggio.

Ghè na menza pugnetta: essere piccolo di statura, ma soprattutto valere poco o niente, non avere alcuna conclamata attitudine operativa, stante le ridottissime capacità fisiche, intellettive o morali, essendo ritenuto sarcasticamente il prodotto di un gesto onanistico non compiuto neanche per intero.

Ghuni ni fa e cijnti ni penza: una ne fa e cento ne progetta. Locuzione che fotografa il comportamento iperattivo di chi si dedichi, ma non si sa con quanto successo, a troppe iniziative di varia portata; la locuzione è usata altresì per stigmatizzare, anche se bonariamente, la ipercinecità di un ragazzo attivamente impegnato a fare innumerevoli marachelle.

L'amur'un vò pinzijri: l’amore non vuol pensieri, né preoccupazioni. Stringata, perentoria locuzione che, ricamando l’amore inteso nel senso materiale del coito, intende rammentare che non c’è attività, soprattutto quelle dilettevoli, che si possa principiare o esser portata a compimento se non in presenza di una mente sgombra di ansie, apprensioni, inquietudini, che possono risultare deterrenti ed inibitorie.

M'accupid'u core: sono triste e preoccupato.

M'à fattu ammilinà u sangu: mi ha fatto arrabbiare moltissimo.

M'à fatt piglià collira: mi hai fatto prendere dispiacere, rammarico, anche rabbia.

M'à fatt sumà i cazzi: mi ha fatto arrabbiare.

Malanova a 'ttìa: che ti possa venire un accidente, che ti possa giungere una cattiva notizia.

Mar'a ttìa, mar'a mmìa: povero te, povero me! Di solito è usato in una forma esclamativa.

Mi fa vinì a guaddhrara: mi fai venire l'ernia: annoiare, infastidire, tediare talmente qualcuno da procurargli un metafisico rigonfiamento di una ipotetica ernia o del sacco scrotale.

Mi nni fazz gabb: me ne faccio meraviglia.

Mijgli na mala jurnata, ca na mala vicina: meglio sopportare una cattiva giornata, improduttiva e fastidiosa, che la frequentazione quotidiana con pessimi vicini di casa: una cattiva giornata, prima o poi passa, un cattivo vicinato, di giornata cattive ne può procurare parecchie.

Mò t'allisciu u pilu: adesso ti punisco.

Morta i guni, salvazziona i n'ati: morte di uno salvezza di un altro.

Mparavis vò ghésse: che possa essere in paradiso, per augurare a qualcuno ogni bene.

Na cap'i ralla, nà ralla: un niente, cosa da poco.

Na facima man'a mana: ci misuriamo tra noi due.

Nculu a quanti ni tijni: tutti, compreso te, vadano a quel paese.

S'àncarrat'avanti: l'ha urtato e trascinato in avanti.

Sciuddhru miu!: povero me! mia disgrazia!

Sì cchiù stuurtu tu cu ligni d'a vruca: sei proprio un litigioso.

Si comu nu citrolu sanza simenza: sei come un cetriolo senza seme (si dice di una persona senza un po' di cervello).

Sì l'urtimu buttunu da vrachetta: riferito a chi mostra repulsione verso qualcuno, al fine di considerarlo fastidioso elemento.

Sì na frascatula i migli minutu: sei una persona di poco conto, non vali niente.

Sì nà paglia fracica: sei uno che vale poco o niente.

Sì nà quarela: sei una disgrazia.

Si tinni fa gabbu, ci vò 'ncappà: se te ne fai meraviglia, che possa capitare anche a te.

Si v'ù gabbu du vicini, cuorchiti priestu e gazati prima: se vuoi beffare il vicino, va a letto presto e alzati di buonora.

Simi 'a panzallaria: siamo in ristrettezze economiche.

Simi all'anda i Cristi: siamo in buone mani perché siamo nell'ambito del Signore.

Simi 'mbrazz'a Maria: siamo talmente in difficoltà che speriamo ci aiuti la Madonna.

Spracchiat'a manna: espressione di rivalsa, o di rivincita, rivolta a chi non crede che si possa avere successo, a chi dubita della possibilità che un evento vada a buon fine. “A manna”, termine in disuso, è la cispa degli occhi, cioè la condensazione della secrezione lacrimale, che si deposita tra le palpebre, durante il sonno, ovvero, più abbondante, in conseguenza di malattie oculari (congiuntiviti, blefariti). L'etimologia della parola deriva dal greco “manne”, e credo che sia mutuata dalla botanica, per similitudine di aspetto e colore: è una secrezione vegetale, una resina biancastra e giallastra, che si ricava dall'incisione del tronco di alcuni alberi, il larice o il frassino. La locuzione indica di togliersi la “manna” dagli occhi, per poter vedere meglio il risultato conseguito.

Stà parlann cijss: sta parlando a sproposito.

T'avvis'affucata a mammana: che possa averti soffocato l'ostetrica durante il parto.

Ten'a capa gluriusa: riferito a chi ha espedienti improvvisati, soluzioni astruse ed ardite.

Tena nà facci i cirinei: ha una brutta faccia, cattiva, indisponente.

Tena na gamma ciota: è zoppo.

Tened'a capa frisca: persona che pensa a divertirsi, a fare scherzi. Locuzione riferita a chi non coltiva pensieri seri, ma è occupato solo da fandonie ed amenità, non gravato da eccessive preoccupazioni.

Tenid'a capa aru vijndi: essere una banderuola, poco affidabile.

Tenid'a capa gluriusa: riferito a chi è incline ad improvvisazioni assurde, espedienti improvvisati, soluzioni astruse.

Tenid'a capa tosta: essere cocciuto, caparbio, fermo nelle proprie convinzioni, oppure essere duro di comprendonio.

Tenid'i cazzi ca l'abbadhrani'ncapa: becera ed icastica espressione che indica peni significanti gravi problemi che occupano tutti i pensieri, molte preoccupazioni e crucci, che occupano le facoltà mentali.

Tenid'a cuda i paglia: ha la coda di paglia. Avere un comportamento tale da indurre i terzi a sospettare di trovarsi ad avere a che fare con persona che non abbia  la coscienza pulita, in quanto ci si allarma alla prima allusione sfavorevole, ci si discolpa senza essere stati accusati, reagendo con eccessiva ed inusitata velocità, o violenza verbale, a critiche ed osservazioni, quasi si prenda celermente "fuoco", proprio come la paglia. Si raccontava, in un’antica favola contadina, che una giovane volpe fosse caduta disgraziatamente in una tagliola; pur riuscendo a fuggire, gran parte della coda le rimase impigliata e l’animale, la cui bellezza stava tutta nella coda, si vergognava di farsi vedere in giro con quell’antiestetico brutto mozzicone. Gli animali amici che la conoscevano e sapevano del suo disagio ne ebbero pietà e le costruirono una coda di paglia. Pare che tutti mantenessero il segreto, tranne un galletto che disse la cosa in confidenza a qualcuno e, di confidenza in confidenza, la cosa fu saputa dai padroni dei pollai, i quali accesero un po' di fuoco davanti ad ogni stia. La volpe, per paura di bruciarsi la coda, evitò di avvicinarsi alle stie. Da quel momento si usò dire che avesse la coda di paglia chiunque, commessa una qualche birbonata, temesse di essere scoperto e si comportasse in modo guardingo, come pure si usa dire che abbia la coda di paglia chiunque ritenga e tema che taluni inusitati atteggiamenti e/o comportamenti  siano ascrivibili a lui.

Tenid'a parola suverchia: tenere la parola superflua. Detto di chi parli piú del dovuto, o sia eccessivamente logorroico, ma anche di chi, saccente e supponente, aggiunga sempre un' ultima inutile parola e nell'ambito di un colloquio cerchi sempre di esprimere l'ultimo concetto, perdendo l'occasione di tacere, atteso che le sue parole non sono né conferenti, né utili o importanti, ma solo superflue.

Ti cì abbacad'a ttìa:  non hai altro da fare.

Ti fazz linzi linzi: ti riduco a pezzettini.

Ti fazzi zichi zichi: ti riduco a pezzettini come una salsiccia.

Ti miritissi nà paddhrata mprunta: ti meriteresti una pallata (un colpo di fucile) in fronte.

Truvar'a forma da scarpa suva: trovare la forma della (propria) scarpa, imbattersi in qualcuno fatto come noi e perciò capace di contrastarci adeguatamente, rendendoci pan per focaccia, mettendoci un freno e magari riducendoci al silenzio, atteso che costui abbia la nostra medesima conformazione, anzi iperbolicamente sia titolare di quella forma su cui è stata fatta la nostra scarpa, ossia il nostro modo di essere.

U bbeni cà ti vuugliu à l'anima e àll'uucchi, a malanova ari ghinocchi:

U gabbu coglia 'a jastima no: la bestemmia non produce nessun effetto, mentre il pettegolezzo può lasciare qualsiasi strascico (sembra di sentire Voltaire: calunniate, calunniate, qualcosa resterà).

U sputà 'ncijli, cà 'mbaccia ti torna: non sputare in cielo, perché poi ti ritorna sul viso; non disprezzare qualcosa che potrebbe tornarti utile un domani.

Un bàla né ppì futti, né ppì fricà: non vale né per fottere né per rubare: è un buono a niente.

Và garma tagliola: vai a preparare trappole per uccelli, cioè dedicati a passatempi superflui.

Va t'abbissa: va all'inferno.

Và ti curca!:  va' a coricarti: Modo di invitare qualcuno a togliersi di torno, ad andar via, a sparire per non importunarci o tediarci, e liberarci della sua presenza, andandosene a dormire.

Vidi adduv'ara jì: vedi dove devi andare, allontanati , trova un'altra strada, va' via, vattene ed impegnati a trovare qualcun altro da infastidire.

Vò minati 'ndì ricchij: espressione che indica una metaforica percossa sulle orecchie per chi è superbo, borioso, presuntuoso, in modo da fargliele abbassare.











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