lettera m - Tarsia dialetto

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M


Ma: usato in senso vocativo ( per esempio: oi mà).

Ma: può sostituire il verbo avere, previa introduzione dell'apostrofo. Dal latino "mihi". (per esempio: “m'à ddittu, m'à fattu”).

Ma: forma del pronome possessivo, ma invariabile ed enclitica (per esempio: suorma, figlima, muglierma),  usata solo al singolare e riferito al sesso femminile. Dal latino "mea".

Macacu: specie di scimmie (la bertuccia e il reso). Riferito in modo scherzoso, o bonariamente offensivo, a persona sciocca, goffa, brutta. Dal portoghese “macaco”, così come in francese "macaque".

Macari: magari, anche se,  volentieri, e perché no? Dal greco “macarie” (beato, felice), esclamazione di desiderio; “mmacari aviss'abbista”, magari l'avessi visto.

Maccabeu: persona stupida, sciocca, minchione, semplicione, credulone. Derivazione fonosimbolica, derivata dal latino con l'accostamento di due voci: “Machabaeus” (famiglia ebraica, antenati di Giuda) e “babbejus”(che parla senza sapere quello che dice).

Maccaturu, muccaturu: fazzoletto. Dal latino “muccus”, a sua volta dal greco “muctos”, naso e “muctizo”, soffio per il naso (Eschilo, VI° sec. a. C.). Anche in spagnolo “mocador” (fazzoletto). In alternativa, è possibile una derivazione diretta dal latino “emungere” (soffiare, pulirsi il naso), attraverso il suo participio futuro “emuncturus”, con soppressione della ”e” iniziale.

Maccaturata: piccola parte di terreno. Per assonanza con le dimensioni del “maccaturu”.

Maccarruni: maccheroni. Usato per lo più al plurale, è nome generico di ogni tipo di pasta da mangiarsi asciutta; in questo significato è di uso internazionale per indicare il tipico piatto italiano. Forse deriva dal greco “màchar”, beato, felice, passato a miglior vita (Esiodo VIII° sec. a. C.), epiteto che i greci davano ai morti: in origine si sarebbe indicato con questo nome un cibo che si consumava nei banchetti funebri, per augurare al defunto un felice trapasso (ancora oggi, in Grecia, questa usanza è detta “makaria”). Questo pasto era, però, a base di riso e di fiocchi d'avena, per cui non mi convince molto. Potrebbe derivare anche da “Maccus”, maschera del teatro, sinonimo di ghiottone, gran mangione; oppure, data la forma dei maccheroni, sempre da un tardo latino “maccare”, schiacciare, premere, comprimere, pestare. Ancora: dal greco "macròs"(lungo,).”Quanni mang'i maccarruni, tanni pass'ù gaddhrun; quann'i ti mangi laganeddhra, tanni passi nà vineddhra; si ti mangi ù grisi, ppì nn'ura ti tena tisi”(se mangi maccheroni, puoi attraversare un burrone; se mangi tagliatelle, puoi attraversa un vicolo; se mangi riso, rimani soltanto un'ora in piedi). “Luvì, Luvì, Luvì patrun'i casa, t'à fatt'i maccarruni senza casu, ccà ricott'i Finann'u Rizzu quannu camini ù cori s'arrizza: gnura Giù, ricotta e nent'i cchiù“( era un modo di dire riferito a non so cosa, in cui vi era un chiaro riferimento ad un mio lontano parente, cugino di mia nonna). “Mijgli pan'e cipuddhra ara casa ttua, ca carna e maccarruni ara casa i l'ati”: meglio pane e cipolla, cibi poveri, a casa tua, che non carne e maccheroni, cibo da ricchi, a casa degli altri.

Maccarruni  (foto di Maria Grazia Grispino).

Macchia: appezzamento di terreno, di solito nelle vicinanze di un corso d'acqua. Zona agricola di Tarsia. Dal latino “macula” (chiazza, ma anche porzione di bosco isolata, che da lontano sembra una macchia).

Màcina: cilindro di pietra del frantoio, anche la quantità  di olive che si può spremere in una volta (non so se corrisponde ad una misura equivalente per tutti i torchi, ovvero se dipende dalle dimensioni della mola). Dal latino  “màcina” (molino), forma popolare del latino “màcchina” (mola).

Macinijddhru: macinino per la triturazione del caffè o di altre spezie. Diminutivo di “macina”.


Macinijddhru.

Madosca: attenuazione di imprecazione blasfema; sta per Madonna.

Magagna: difetto, imperfezione, acciacco, malanno. Dal francese “maganhar” (avere un danno), oppure dal germanico “mahanian”.

Magara: spazio vuoto tra focolare e camino, attraverso cui passa il fumo. Dal latino “magus”, a sua volta dal greco “magheiros”, a sua volta dal persiano “magush”. Oltre che nel significato seguente, era anche il sacerdote astrologo ed interprete dei sogni, del volo degli uccelli, delle volute di fumo che si sprigionava da una pira accesa.

Magara, magaru: strega, mago. Dal latino “magus”, a sua volta dal greco “màgheiros”, (Dionisio Eracleota, III° sec. a. C.), a sua volta dal persiano “magush”. E' più riferito al significato iniziale del termine, anche in senso dispregiativo: chi crede di esercitare poteri soprannaturali, o un certo fascino su altri. Da notare che il significato iniziale dei termini era “cuoco” (inteso come professione, quindi chi sa preparare miscugli ed intrugli).

Magarìa: sortilegio, incantesimo, maleficio. Stessa etimologia.

Magazzinu: magazzino che serve per riporre attrezzi agricoli , oppure granaio. Dall'arabo “makhazin”, derivato di “khazana” (conservare, custodire, mantenere).

Magliarieddhrru: verga grossa e corta per stendere la pasta.

Magliola: talea di vite, preparata con la parte basale sfilacciata del tralcio di un anno, con aderente un ramo di due anni, che le conferisce forma di martello. Dal latino “malleolus”.

Magliu: maglio, martello grande di legno, usato di solito per piantare pali nel terreno. Dal latino “malleus”.

Majieddhra: esclamazione, “Ehi a majieddhra!”. Come attenuazione di imprecazione blasfema.

Majiddhra: madia, cassa di legno usata per impastare o per preparare la carne del maiale. Dal latino “magida” adattamento del greco “maghìs” (Cratino, V° sec. a.C.); “'un c'è pasta 'nta majiddhra”,  per indicare una carenza di qualcosa; “si 'un cè pasta 'ndà majiddhra, ghè nutulu c'ammassi”, per indicare chi aveva scarse competenze e capacità.

Majiddhra.

Majise: per estensione, terreno. In particolare, campo lasciato incolto per lavorarlo l'anno successivo, in quanto i terreni si dissodavano il mese di maggio. Dal latino “majensis”, da “majus” (maggio), oppure da un tardo latino "mago" (accrescere, aumentare, migliorare).

Majorca : non so se è termine ancora usato. Era una specie di grano tenero, coltivato in terreni molto aridi, con chicchi bianchi, spiga senza arista ed a maturazione veloce, la cui farina era ottima soprattutto per confezionare dolci. Dopo la prima guerra mondiale, la sua coltivazione è stata abbandonata per la scarsa resa. Veniva seminato in primavera (da cui la sua derivazione etimologica, “majorca”, da maggio), ed il raccolto avveniva a fine settembre. Era noto fin dai tempi dell'antica Roma, con la voce “siligine”. Una volta mietuto, veniva portato sull’aia e poi si procedeva alla battitura, usando delle pertiche,  o utilizzando delle tavolette in sasso, “a triglia”, su cui si ponevano dei pesi, che, trainate sull’aia, provocavano il distacco dei chicchi dalla spiga. Per una corretta conservazione, lontano da parassiti e muffe, i chicchi venivano poi prontamente messi in appositi magazzini in mattoni o legno. La macinatura veniva eseguita con il pestello o con le macine a spinta (“u centimulu”).

Majorca.

Maju: sambuco, fiore di sambuco. Dal latino “maius” (che fiorisce il mese di maggio).


U juri i maju  (foto di Antonio Toscano).

Majurana: maggiorana. Dal latino “majoraca”.

Malacrianza: maleducazione. Dal latino “mala” e dallo spagnolo “crianza”.

Malagùriu: un cattivo auspicio, cattivo augurio. Dal latino “male augurium”.

Malanova: sciagura, anche invettiva; “malanova a 'ttìa”, che ti possa venire un accidente, che ti possa giungere una cattiva notizia. Dal latino “malum novum”.

Malaparata: insidia, minaccia, pericolo. Dal latino “malum paratum”.

Malapatenza: grave disagio. Da “male pati”.

Malarridduttu: malridotto, conciato in cattivo modo. Dal latino “male reductum”.

Malatizzu: malaticcio. Derivato da malato, tardo latino, “male habitus”.

Malu: perfido, tristo, maligno. Dal latino “male”; “mala mens”, di animo malvagio (Fabio Quintiliano, I° sec. d.C.).

Malucavatu: scaltro, astuto, furbo. Dal latino “malum cavatum”, cioè predisposto, costruito male (o per il male). “Curciu e malacavatu”, piccolo di statura ma pronto per cattive azioni.

Malumparatu: screanzato, scostumato. Dal latino “male in paratus”.

Maluocchiu: malocchio, oppure sguardo non benevolo, sfavorevole, astioso. Dal latino “male oculo”.

Malupatutu: sofferente per il dolore, la fame, di costituzione fisica debole. Dal latino “male pati”, a sua volta dal greco “pathos”, sofferenza, esperienza dolorosa (termine omerico). E' una costruzione tarda del latino, in quanto il verbo “pati” nel participio passato fa “passus”.

Mammaluccu: persona sciocca e goffa. Dall'arabo “mamluck”, antica milizia egiziana, vestita in modo goffo, oggetto di scherno per gli europei.

Mammagranna: nonna. Termine sostituito da “nanna”. Dal latino “mamma” e  “grandis”.

Mammana: levatrice. Era, comunque, una donna che aiutava la gestante ad abortire in modo clandestino, valendosi di pratiche rozze e dannose per la salute. Dal latino “mamma”; “t'avvis'affucata a mammana”, che possa averti soffocato l'ostetrica durante il parto.

Mammara: comare. Era epiteto vezzeggiativo con cui i bambini chiamavano chi li aveva battezzati o cresimati. Per la etimologia, non si discosta da “cummara”, oppure potrebbe avere origine francese “ma mere”.

Mammarulu: legato alla madre, mammone.

Mammastra: matrigna.

Mamoziu: persona ingenua, di cui ci si facilmente beffa, e tuttavia desiderosa di apparire scaltra. Voce onomatopeica, da una maschera comica teatrale dell'Ottocento molto nota nel Meridione. La maschera trae ispirazione da una statua del IV sec. d. C., rinvenuta a Pozzuoli verso il 1700 durante alcuni scavi, e raffigurante un certo Flavio Marzio; essendo la statua acefala, lo scultore incaricato di rifare la testa ne fece un obbrobrio, con una espressione da cretino, tanto che l'ironia, tutta napoletana, la identificò come una persona intellettualmente limitata, apatica, ebete. Un'alternativa potrebbe essere l'equivalenza con bamboccio, quindi comportarsi da tale, ingenuo, sciocco, privo di propria personalità e di determinazione. L'etimologia potrebbe essere da un tardo latino "mammosus" (che ha la forma di mammella), ovvero sempre dal latino "male otium".

Man'a mana: partita di carte a due. Dal latino “manus ad manum”; “na facima man'a mana”, ci misuriamo tra noi due.

Manammersa: manrovescio, ceffone. Dal latino “manu inversa”.

Manca: terreno non esposto al sole, orientato verso il nord. Probabile dal latino “mancus” (manchevole, difettoso).

Mancu: neppure, neanche, nemmeno, senza dubbio, quanto mai. Stessa etimologia del precedente; “ghè caru chi mancu”,  è quanto mai caro.

Mancusa: termine in disuso. I miei nonni materni avevano un gregge di pecore e capre. Poteva succedere che un animale femmina avesse una sola mammella (“na crapa mancusa”). Il termine deriva dal latino “mancus” (manchevole).

Mandra: luogo, recinto, parco dove si raccoglie il bestiame. Dal greco “mandra”, recinto, ma anche monastero, stalla (Sofocle IV° sec. a. C.). Qualche volta  si prende il contenuto per il contenitore, per cui può anche significare gli stessi animali chiusi nella mandria.

Mandulinu: mandolino. Dal francese, diminutivo di “mandole”.

Manganijddhru: aspo del telaio. Era formato da cilindri ruotanti, tra i quali il tessuto veniva avvolto. Dal latino “manganum” a sua volta dal greco “manghaniòn”.


Manganijddhru.

Mangiatura: greppia, in legno o muratura, in cui si dispone il foraggio. Dal latino “manducare”, oppure dal francese “mangier”. Ambedue hanno il significato di masticare, più che di mangiare: “instanter ac fortiter manducare”, masticare con insistenza e forza (Apuleio, II sec. d.C.).

Mangiuni: succhione, pollone. Stessa etimologia.

Mangùnu: termine in disuso. Era un collare di legno, a forma di triangolo, che si fissava al collo del maiale, per impedirgli di passare, attraverso la siepe, nei campi e negli orti. Potrebbe derivare dal greco “manganòn”, ordigno, asse di legno.

Maniare: toccare con le mani, maneggiare, rimestare; sbrigarsi, muoversi alla svelta,  affrettarsi. Nel primi significati deriva da “manus”, da cui anche lo spagnolo “manejar”, con lo stesso significato; nei secondi, dal greco “maìnomai”, diventare frenetico, (termine omerico).

Maniata, manata: insieme di cose, inteso in senso riduttivo. Da un latino volgare “mànicia”, guanto o manopole (era una estensione della tunica che scendeva fino a ricoprire le mani), da “manus”.

Maniciuncu: mani rattrappite, inerti, storpie. Dal latino “manus extruncata”.

Manipula: cazzuola. Dal latino “manu pilare” (premere, compattare con la mano).

Manna: termine in disuso. Si riferiva a quanto lino si poteva avvolgere alla rocca, ovvero al fascio di fieno che poteva essere raccolto con la mano. Dal latino “manua” (manata).

Manna: termine in disuso, è la cispa degli occhi, cioè la condensazione della secrezione lacrimale, che si deposita tra le palpebre, durante il sonno, ovvero, più abbondante, in conseguenza di malattie oculari (congiuntiviti, blefariti). L'etimologia della parola deriva dal greco “manne”, e credo che sia mutuata dalla botanica, per similitudine di aspetto e colore: è una secrezione vegetale, una resina biancastra e giallastra, che si ricava dall'incisione del tronco di alcuni alberi, il larice o il frassino. "Spracchiat'a manna": espressione di rivalsa, o di rivincita, rivolta a chi non crede che si possa avere successo, a chi dubita della possibilità che un evento vada a buon fine.  La locuzione indica di togliersi la “manna” dagli occhi, per poter vedere meglio il risultato conseguito.

Mannara: mannaia, grossa scure a due mani, anche la mezzaluna che si usa in cucina. Dal latino “manuaria” (manuale).

Manneja: mannaggia. Esclamazione di sfogo o disappunto, meno grave dell'imprecazione, qualche volta anche  rimprovero. Dal latino “male ne habeat” (affinché non ne abbia a male).

Mannili: termine in disuso. Copricapo delle contadine, di solito di colore nero. Dal latino “mantele” (tovaglia), o anche dal greco "mantilion".

Mannisi: termine in disuso.  Legnaiolo, anche artigiano che riparava carretti, carpentiere falegname. Da un latino volgare “manuensis”, abile nel maneggiare l'accetta.

Manta: coperta di lana pesante, grezza. Dal tardo latino “mantus”, a sua volta dal greco “mandyas”, mantello di lana, tabarro (Lido Giovanni, VI° sec. d. C.), voce di origine persiana. Anche in albanese “mandjia”.

Mantijddhru: mantello. Stessa etimologia.

Mantisinu, vantisinu: grembiale. Dal latino “ante sinum” (davanti il seno).

Manzu: manzo, ma anche mansueto, trattabile, docile.  Nel primo9 significato dal greco "mantha" (bove vecchio ed ingrassato; nei secondi, dal latino “mansuetus”, formato da "manus" e "suetus", participio passato di "suescere" (assuefare). Da scartare l'ipotesi che possa derivare da "mansus", participio passato di "mandere" (masticare).

Mappa: tipo di serratura (anche la toppa). Etimologia incerta.

Mappina: dal latino “mappa”, voce di probabile provenienza fenicia. Salvietta, tovagliolo, canovaccio, straccio per pulire il tavolo. In origine, indicava un tovagliolo da pranzo che i convitati usavano per portarsi via gli avanzi di cibo; “mappa compescere risum”, avvolgere il riso nel tovagliolo per portarselo a casa (Quinto Orazio Flacco I° sec. a. C.). Rivolto ad una donna, assume un significato offensivo, dai modi spregevoli, volgare.

Mara, maru: infelice, misero, povero. Dal latino “amarus”. “Mar'a ttìa, mar'a mmìa”, povero te, povero me! Di solito è usato in una forma  esclamativa.

Marcangegnu: congegno complicato, composto dal francese “merquier” (marchiato) e dal latino “ingenium”. In senso figurato, ha il significato di espediente abile e astuto, trucco ingegnoso.

Marcanzunu: persona astuta, privo di scrupoli e di scarso senso morale, volgare. Alterazione di mascalzone, dal latino “magis” e “scalzus” (di più senza scarpe).

Marchese: mestruazioni. Dal francese “marquìs” dal verbo “marquèr” (marcare).

Marcù marcù: richiamo per il gatto. Etimo incerto.

Mareddhra: cicoria selvatica. Probabilmente diminutivo dal latino “amarus”(modicamente amara), o di provenienza greca “amaruliòn”  (cicoria).


Mareddhra.

Marfusu, marfusijeddhru: sdegnato, che fa le bizze, anche birbone, sciagurato. Termine in disuso. Dallo spagnolo “marfus” (ingannatore), a sua volta dall'arabo “marfud” (disprezzato, abietto). Luigi Pulci, poeta fiorentino del 1400, nella sua opera “Il Morgante” così declama: “malfusso, ladro, strupatore e mecco”; quindi è termine già esistente in quel periodo, prestito comunque dallo spagnolo.

Mariana: ombra del corpo umano. Da un tardo latino “meridiana”.

Mariola: tasca interna della giacca, dalla parte dove si teneva il sacchetto con  i soldi. Etimo incerto, forse dal francese “mariol”, per indicare la zona da proteggere nel tentativo di subire un furto.

Maritari: sposarsi, prendere marito. Dal latino “maritus”.

Mariuolu: furbo, astuto, ladro, truffatore. Dal francese “mariol”, cattivo soggetto; oppure sempre dal francese “maraud”, furfante; in alternativa, potrebbe derivare dallo spagnolo “marrullero”, imbroglione. La radice del termine è, comunque, latina, da “malus”, triste, cattivo, attraverso una costruzione estensiva “malevolus”. Da non scartare la derivazio0ne dal greco "marghiolòs".

Marmitta: vaso di rame, di latta o di ferro per conservare cibo o per portare il mangiare in campagna. Dal francese “marmite”. Oppure dall'arabo "marmad" (più propriamente, è il luogo dove si cucina la carne).

Marozza: lumaca, chiocciola. Da un tardo latino “marucea”, derivato da “marca”, per la scia che si porta dietro; oppure dal greco “maroumai” (avvolgersi) e “zoon” (animale), quindi animale che si avvolge, si richiude.

Marozza  (foto di Maria Grazia Grispino).

Marpiune: furbacchione, scaltro, spesso usato in tono scherzoso. Dal francese “morpion”. In greco “marptis” significa imbroglione, rapitore.

Marravota, arravota: rivoltato, rigirato, rovesciato, rotolato. Dal latino “re  volutum”.

Marrazzu: coltello grosso e pesante dei macellai, con cui si squartano le bestie macellate. Da un  tardo latino “marra ascia”, oppure dallo spagnolo "marrazo".

Marti: martedì. Dal latino “martis dies”.

Martijddhru: martello. Dal latino “marculus”, diminutivo di “marcus”.

Martiniccu: freno a ceppi, sopra le ruote del carro ('u traìnu), azionato per mezzo di una leva, usato nei veicoli a trazione animale. Etimo incerto, ma stessa radice di “martellus, martulus”.

Martinu (santu): prima decade di novembre, dal santo omonimo.

Martuonu: si dice di campane che suonano per annunciare la morte di qualcuno. Probabile derivazione da “martulus”.

Martura: martora, anche faina. Da un tardo latino “martures”, a sua volta da un germanico “mardar”.

Marvizzu: tordo. Dal latino “mervulus”, o dal francese “mauvis”.


Marvizzu.
 
Marzapane: zaino, anche contenitore in genere.  Dall'arabo “martabàn” (vaso di porcellana). Il termine arabo è mutuato dalla città indiana di Martaban. Solitamente nel vaso era contenuto una confettura di zucchero e spezie varie; quest'ultimo significato è all'origine dell'italiano marzapane, pasta dolce fatta con mandorle, uovo zucchero, cotta nel forno ed usata in pasticceria.

Marzaticu, marzoticu: riferito al mese di marzo. Termine con cui si indicano soprattutto alcuni funghi ( i pucchji o i fiddrhrurazzi).

Masca, mascatura: serratura della porta, senza molla. Da un tardo latino “masculus” diminutivo di “mas”.  Per metafora, tratta dall'organo della generazione, il termine indica l'estremità di un pezzo, in modo che entri in un alloggio corrispondente.

Mascha: ascella: Dal greco “maschale”.

Maschetta: fermo per chiudere porte o finestre. Stessa etimologia di "masca".

Masilicoji: la pianta di basilico. Dal greco “basilicòs”, erba del re (Aristotele).

Massarìa: azienda rurale condotta da un massaro, che può essere sia il proprietario dei poderi, sia un colono. Da un tardo latino “massarius”, derivato da “massa” (insieme di fondi agricoli). Un altro esempio di “massaria” è il “maso” del Trentino Alto Adige.

Massaru: colono o proprietario di una masseria. Stessa etimologia.

Mast'i scola: insegnante. Dal latino “magister scholae”. Mi sia permessa la solita riflessione sul termine latino. “Schola”, in origine, indicava il tempo libero, il riposo, l'ozio da altre faccende materiali (Tucidide, V° sec. a. C.); in un secondo momento ha assunto il significato di colloquio scientifico, lettura, ed il luogo dove un maestro dava lezione (Plutarco, I° sec d. C.). Ha origine dal greco “scholazo”, avere tempo di occuparsi di una cosa per divertimento. Per esempio, negli stabilimenti termali lo spazio attorno alla vasca era detto “schola labri”, dove i bagnanti stavano seduti aspettando il proprio turno; “schola marmorei labri aqua exundat”, l'acqua straripa dalla vasca di marmo (Plinio Secondo il Giovane, I° sec. d.C.).

Mastriare: affaccendarsi, darsi molto da fare per mettersi in  mostra, mettere le mani nel lavoro altrui, sentenziare su tutti e a sproposito, fare il maestro. Dal latino “magister” (letteralmente, colui che è superiore).

Mastrunu: maestro molto esperto nella sua arte, anche vanitoso, immodesto, presuntuoso; “'un fa 'u mastrunu”: non essere presuntuoso. Stessa etimologia.

Masunaru: vedi “ammasunu”.

Mataffunu: termine in disuso. Quando ancora si trebbiava nell'aia, la trebbia ed i carri prima, il trattore poi, lasciavano nel terreno dei grossi solchi che, a trebbiatura ultimata, bisognava spianare “ccù mataffunu”, cioé con il mazzapicchio, un attrezzo di legno di forma tronco conica con un'estremità piatta, per l'assestamento del terreno.  La voce deriva dall'arabo “madafca”.

Matèria: pus, processo suppurativo da una ferita, un foruncolo etc. Dal latino “materies”.

Matrafunu: figlio di buona donna. Dal greco “metra”, matrice (in latino “matrix” ha lo stesso significato) e “fuo”, nascere, venire fuori (termini omerici, Iliade); dai greci in poi, fino al tardo medioevo, il termine era usato, in senso leggermente dispregiativo e volgare, per indicare tutto l'apparato genitale femminile (Teleclito, un comico greco del V° sec. a. C., lo riferisce addirittura alla vulva della scrofa).

Matrapperna: madreperla. Da un tardo latino “mater perlarum”.

Mattu: usato nell'espressione “mattu mattu”, cioè quatto quatto. La derivazione è di fonte latina. Da “mattus”, che non è soltanto ubriaco o stupido, ma colui che esce dalle norme comuni, dalle forme ordinarie.

Mattulu: sarmenti avvolti in un fascio, covone di fieno. Dal greco, per metatesi, “èilemata” (Sesto Empirico, II° sec. d. C.). Oppure dal latino “matta”, intreccio di vegetazione diversamente legata.

Mattunata: pavimento costituito da mattoni. Dal latino “maltha”.

Mattunazzu: mattone fatto di argilla e paglia impastate. Stessa etimologia

Mazzacana: ciottolo, grossa pietra, pietra mezzana per uguagliare i vuoti della muratura. Dal latino “mattea” e “canis”. Anche in toscano il termine ha il significato di ciottolo. Non sono d'accordo con chi lo vuole far derivare dallo spagnolo “matacan”, che era un veleno usato per uccidere i cani, soprattutto quelli affetti da rabbia, e di cui non so la composizione.

Mazzacorda: salsicciotto fatto con le interiora variamente intrecciate di capretto, o di altri animali, simile ad una mazza. Dal latino “matea”, a forma di bastone, e dal greco “chorde”, intestino (Babrio, I sec,. d. C.). Da notare che “cordùle” in greco è anche bastone, mazza.

Mazzacorda.

Màzzara: termine in disuso da moltissimo tempo. Era la grossa pietra del frantoio. Dall'arabo “mà Sara”. La differenza è che il termine arabo indica il frantoio, mentre il lemma tarsiano indica soltanto la pietra circolare del frantoio.

Mazzi, mazza: bastone, randello. Stessa etimologia di “mazziare”. “Mazzi e panelli fan'i figli belli, panelli sanza mazzi fan'i figli pazzi”. (per crescere bene i figli sono necessari sia il pane che l'intransigenza).

Mazziare: prendere con la mazza, bastonare, percuotere, battere. Dal latino “mateola” (bastone); in greco “mastizo”, sferzare, frustare (termine omerico).  Altro significato è mischiare le carte; in questo caso l'etimologia è affine a “matea”. “Curnutu e mazziatu”, cornuto e maltrattato, riferito a chi, dopo aver subìto un torto debba sottostare anche al dileggio.

Mazzicare: masticare. Da un tardo latino “masticare”, a sua volta dal greco “mastizein”, derivato da “mastax”, bocca.

Mazzola: pezzo di legno usato nel gioco della lippa (mazzola e furzune). Diminutivo di mazza, dal latino “matea”. Il gioco consisteva nel far saltare in aria un corto bastoncino, “u furzunu”, battendolo con la “mazzola” ad una delle estremità appuntite e nel percuoterlo poi a volo per mandarlo il più lontano possibile; l'avversario, raccolto il bastoncino, doveva rilanciarlo con le mani per cercare di colpire la “mazzola” posta per terra; se vi riusciva, si invertivano i ruoli della battuta, altrimenti si contava la distanza dalla caduta alla battuta. I tentativi del lancio erano tre: “pizzichi, panichi e sazizza”.


Mazzola e furzunu.

Mazzu: fascio, fascina. Da un tardo latino medievale “macius”.

Mazzu: deretano, ano, sedere. Da un tardo latino “matia” (intestino).

Mazzuni: smazzare le carte furtivamente, in modo da imbrogliare l'avversario. Stessa etimologia di “mazzu”.

Mbaccia: in faccia, di fronte. Dal latino “in facie”. ”'U sputà 'ncijli, cà 'mbaccia ti torna" (non sputare in cielo, perché poi ti ritorna sul viso: non disprezzare qualcosa che potrebbe tornarti utile un domani).

Mbaciulina ('mmaciulina): è una espressione di esclamazione, con il significato di evidente, chiaro, manifesto, lampante,(era 'mbaciulina) ed è praticamente intraducibile in italiano. E' un termine che ha cambiato il senso dalla origine etimologica, assumendo il significato di abbagliare. In origine "bacile o bacino", era un arnese di metallo, di solito rame, a forma di piatto concavo, che si usava per "abbacinare" gli occhi dei nemici fatti prigionieri. Dal tardo medioevo in poi, dismessa questa pratica barbara, il recipiente veniva usato per funzioni liturgiche, o altri usi domestici, per l'abluzione delle mani. Quindi "in bacile" ha assunto il significato di rendere chiaro qualcosa, pulito, senza corpi estranei, e, in senso metaforico, manifesto, evidente. Il termine deriva da un tardo latino "bacile" formato su "bacca", per la sua figura tondeggiante e concava.

Mbaghire: innamorarsi, appassionarsi, incapricciarsi. Dal latino “in vagare”( far diventare vago, accendere il desiderio del godimento).

Mbajinari: inguainare, rinfoderare. Dal latino “in vaginare” (rimettere nel fodero). In latino la “vagina” era la guaina, il fodero, un involucro; “tamquam in vagina reconditum”,  nascosto come una spada nel suo fodero (Marco Tullio Cicerone, I° sec. a.C.).

Mbaluppare: mangiare con avidità, anche prendersi gioco di qualcuno. Probabile origine da un tardo latino maccheronico “ad voluculare”, derivato e frequentativo di “volvere”; oppure da un antico francese “envelopper”.

Mbambanutu: attonito, stordito, smarrito, ingenuo. Da una radice onomatopeica “bamb”, o dal greco “bambaìno”, stesso significato (Biante, VI° sec. a. C.). In Lombardia, “fare il bamba”: fare l'ingenuo, il sempliciotto. Credo sia di difficile, se non impossibile, decifrazione l'accostamento con il pampano della vite con molte foglie e poco frutto, quindi essere inconcludente. Mah!

Mbambaru: epiteto vezzeggiativo, con cui i bambini chiamavano il padrino di battesimo o di cresima. Stessa etimologia di “cumpari”, oppure dal francese “mon pére”.

Mbambasciunu: stupido, balordo, sciocco. Dal greco “bàbazo” (esprimersi in modo confuso, parlare senza alcun senso), oppure da una radice onomatopeica araba “bab”.

Mbannu: poco profondo, a galla. Dal latino “in plano”, sul piano, sulla superficie. Oppure dal greco "en emphanei" (sotto gli occhi di tutti).

Mbaravugliare: imbrogliare, confondere, mettere sottosopra, ingarbugliare. Dal latino “in” e “ad” e “revolvere” (rotolare, rivoltare); “in saxum volvere polvere”, rivoltare un sasso nelle polvere (Ovidio Nasone, I° sec. a.C.).

Mbardare: preparare un animale da soma con i finimenti. Dall'arabo “barda'a”. In origine, nell'antichità e nel medioevo, era l'armatura completa del cavallo, costituita da una gualdrappa di stoffa sulla quale erano disposte placche di metallo o di cuoio; “ghé comu nu ciucciu 'mbardatu”, si dice riferito a chi porta abiti sfavillanti, colorati e vistosi, ma che pur sempre rimane un povero cristo.

Mbarsamari, mbasamari: essere rigido, fermo, immobiletrasalire, tramortire, allibire. Voce verbale dal latino ”balsamum”, a sua volta dal greco “bàlsamon”(termine omerico); il balsamo non era solo l'unguento per uso estetico, ma anche una resina utilizzata per rendere immutata la forma di un defunto; oppure dal greco "pathaimo".

Mbasunu: sostegno per i polli. Stessa etimologia di “ammasunare”.

Mbastu, mmastu: basto. Dal tardo latino “bastum”, a sua volta dal greco “bastazo”, portare; “bastazo tinà cheroìn”, portare qualcosa sulle braccia (Sofocle).

Ciucciu ccù mmastu e i fiscini  (foto di Aldo Barone).

Mbastujare, mpasturare: legare gli animali. Da un tardo latino “pastoria” (fune che veniva legata alle zampe anteriori dell'animale perché non si allontanasse dal pascolo).

Mbazare: rimboccare le maniche, alzare le vesti. Vedi “abbazare”.

Mbeci, mmeci: invece, al contrario. Dal latino “in vicem”(al posto di, per); “in meam vicem, in tuam vicem”, invece di me, invece di te (Marco Tullio Cicerone  I° sec. a. C.).

Mbentari: inventare, escogitare, creare.  Voce verbale dal latino “inventus”.

Mbersa, mmersa: supino, contrario, opposto all'abituale. Dal latino “inversus”.

Mbestare: infettare, contaminare, contagiare, trasmettere. Voce verbale dal latino “infestum”.

Mbiddhrusu: importuno, molesto, seccante. Dal latino “in e “portunus”, derivato da “portus”. In senso traslato, cosa a cui non si può accedere, intempestiva, sfavorevole, molesta, fastidiosa.

Mbiliare, mbilare: infilare, anche infilzare pomodori, peperoni, fichi per metterli a seccare. Da un tardo latino “infimulare”.

Mbingere: impigliare, attaccare, restare attaccato, sospendere. Dal latino “impingo”.

Mbirliccata: imbellettata, imbrillantata. Dal francese “breloque”, ciondolo, pendaglio, monile.

Mbisare: travolgere, anche accollarsi, farsi carico trasportando. Dal latino “in” e “pensum”, participio passato di “pendere”.

Mbiscare (mmiscare): mescolare, mischiare, mettere insieme, contagiare, infettare, immischiarsi in una compagnia. Dal latino “misculare”, a sua volta derivato da “mescere”.

Mbizzare, mpizzare: accendere il fuoco, incendiare, anche attaccare, portare avanti. Stessa etimologia di “appiccicare”. Anche rimettere, perdere: in questo caso l'etimologia è da un tardo latino "impictiare", o dallo spagnolo "empezar".

Mbizzichijddhri: sul musetto. Termine usato per ricevere o dare un bacio, riferito ai bambini. Vedi “mpizzu”.

Mblacchiare: affibbiare (un colpo, una percossa), anche attaccare, far aderire.  Dal latino “ad plicare” (mettere sopra facendo forza); in spagnolo “emblaquear”.

Mbracchiare: sporcare, insudiciare con sostanze appiccicose o fluide, con immondizie. Da “bratta”, voce di etimo ignoto. Anche in Liguria, “brata” (sporcizia); altra ipotesi è la  derivazione, sia di “mbracchiare” che “mblacchiare”, da un tardo latino “impacculare”; altra possibilità, l'etimologia da “impingo”, da cui “impactus” (gettare contro, spingere, percuotere contro), oppure dal greco “emplattein”, ungere, far aderire (Galeno, medico, II° sec. d. C.).

Mbracchiusu: appiccicoso. Stessa etimologia.

Mbracidiri: infradiciare, diventare guasto, fradicio, putrido, marcio. Da un tardo latino “fracidus”.

Mbrastu, mbrastare: cosa molliccia, sporca, disordinata. Dal latino "emplastrum", a sua volta dal greco "emplastron".

Mbrazz: in braccio; “simi mbrazz'a Maria”, siamo talmente in difficoltà che speriamo ci aiuti la Madonna.

Mbrisca mbrasca: di cosa disordinata, confusa, sporca, raffazzonata. Locuzione derivata da “mprascare”.

Mbristari: prendere  o dare in prestito. Dal latino "praesto".

Mbroglia: fastidioso corpo estraneo nell'occhio. Dallo spagnolo “broca”, o dal francese “broche” (qualcosa che punge, simile ad uno spillo). Espressione suggerita da Maria Grazia Grispino: “Santa Lucia mjia, cacciami stà 'mbroglia, si ghè granna cacciamilla, si ghè picciriddhra arrassamilla”, si recitava strofinando leggermente le palpebre.

Mbrusciuliare: aggrovigliare, scompigliare. Unione di più voci per assonanza fonetica od onomatopeica: dal latino “bruscum” (nodo nel legno di albero), dal greco “chròbylos” (ciuffo attorcigliato) e dal latino “scompileare” (scomporre, confondere). In alternativa, dal greco "proschiulìo" (ravvolgere).

Mbruscinare: imbrattarsi di terra, rotolarsi, sporcarsi di fango, insudiciarsi di melma. Da un tardo latino “brusca”. La brusca era una ramazza fatta da rami di pungitopo (“ruscus” in latino), di consistenza quasi legnosa, che serviva a pulire un pavimento particolarmente sporco. D'altra parte, il germanico “bruch” ha un primitivo significato di scarto, rifiuto, pattume, melma. Altra derivazione, potrebbe essere dal latino “in pruina” (oltre che la brina, la “pruina” indicava anche la terra sporca intrisa di neve); oppure dal greco “proschethein”, rotolarsi nel fango, riferito agli animali (Teocrito, bucolico del III° sec. a. C.). Altra ipotesi potrebbe essere l'unione di “porcus in hara” (maiale nel porcile), per assonanza di comportamento.

Mbruscinaturu: il brago in cui si rotola il maiale. Stessa etimologia.

Mbucatu: accaldato. Voce verbale derivata da “in foco”.

Mbuddhra: gonfiore, turgore, vescica sulla pelle, pustola. Dal latino “bulla”.

Mburgiare: termine ormai in disuso. Introdurre, far entrare, penetrare. Dal latino “in” e da un antico francese “bolge”, contenitore di pelle.

Mbusu: bagnato, messo in acqua. Dal latino “infusus”.

Melagna (milagna): voce in disuso. Era il meconio, prodotto delle secrezioni intestinali, che viene emesso nei primi giorni di vita del neonato. Dal greco “melanìa” (sostanza scura).

Menzagnu, minzagnu: terreno di medio impasto, non coltivato,  per pascolo. Dal latino “medianus”.

Menzannotti: a mezzanotte. Dal latino “media nocte”; “cà vò vinì cchiù nivr'i minzannott”, che tu possa essere più nero della mezzanotte, augurio funereo. “Ghè cchiù scur'i menzannotti”: di male in peggio.

Merca: base nel gioco del nascondino. Da un antico francese “merc” (base del bersaglio, segno).

Mèta: mucchio di covoni di frumento o foraggio, di solito a forma di tronco di cono o a piramide, tenuto all'aperto in attesa della trebbiatura. Dal latino “meta” (cono, piramide, mucchio).

Métire: mietere. Dal latino “métere”. Il periodo della mietitura era la fine di giugno o i primi di luglio. Nei grossi appezzamenti di terreno, i “mitituri” si disponevano , uno accanto all'altro, distanziati da una decina di metri, su un fronte chiamato “tagliu”, che ognuno portava avanti; sotto il sole cocente, la disidratazione era combattuta o con l'acqua attinta da “trandine”, o con un vinello leggero, tenuto al fresco “'ndu gummulu”. Il mietitore teneva gli steli con la mano, le cui dita erano protette da “canneddhre”, e poi li poneva sotto l'ascella, fino a una certa quantità, che provvedeva a legare, con gli stessi steli, formando “a jermita”, che deponeva per terra. Cinque o sei “jirmite”, legate tra loro, formavano “a gregna”, che veniva trasportata su carri ai bordi dell'aia, con l'accortezza di rivolgere le spighe verso l'interno, per evitare che gli animali le mangiassero, nel periodo compreso tra la mietitura e la trebbiatura. Disposte una sopra l'altra le “gregne”, ne risultava una forma circolare, semisferica, “a timogna”. Gli steli che restavano, dopo la mietitura, erano detti “ristuccia”, spesso disseminata di spighe, che le donne raccoglievano per le esigenze domestiche, mentre “a ristucciata” erano le erbacce, cardi e spini, buon pascolo per il bestiame, che, comunque, veniva bruciata in autunno, per concimare il terreno.

Micciu: stoppino della candela o della lanterna. Dal greco “miùches” (Teofrasto IV° sec. a. C.), o da un latino volgare “micca”, per il classico “myxa”, stoppino. Lucignolo.

Middhrarda: anatra selvatica, alzavola. Dal francese “mallard”. La fantasiosa etimologia di sedicenti cultori del dialetto di far derivare il termine dal greco “mala ardo” non trova alcun riscontro; il significato di “mala ardo” è “innaffio, abbevero assai” (!). Non c'è alcun collegamento con l'anatra selvatica.


Middhrarda.  

Miduddhra: midollo. Dal latino “medulla”.

Miennula: mandorla. Dal latino “amyndala, amygdala”.

Miercuri: mercoledì, “Mercuri dies”.

Miervulu: merlo. Dal latino “merulus”.

Migliarola: pianta spontanea e selvatica, la “plantago lanceolata”, cosiddetta per i piccoli fiori simili al “miglio”.


Migliarola.

Migliu: pianta erbacea annuale, “panìcum miliacea”.

Migliu.

Miguliari: miagolare. Voce onomatopeica, da “miao miao”.

Mijvuza: milza. Dallo spagnolo catalano “melza”.

Militre: misura di olio, o di liquidi. Dal greco “emìlitron” (Polibio, II° sec a. C.). La “litra” greca era un'unità di misura ponderale e/o monetaria; con la rivoluzione francese è stata introdotta anche come unità di volume, a cui fu dato il nome di “litron”. “Nu militre” corrispondeva a mezza “litra”, che equivaleva in peso a circa 5 litri.

Milogna, mulogna: tasso. Dal latino “miles”. Ma questa etimologia non mi convince molto. E' vero che il nome scientifico, attribuito dal Linnaeus nel 1758, è Meles meles, derivato dal latino, ma io credo che la derivazione sia dal greco “melana”, cioè (animale) a macchie e strisce nere; in effetti il tasso ha il ventre, la gola, il petto e le zampe di colore nero, così come le due fasce che, partendo dal labbro superiore, raggiungono gli occhi e le orecchie, e formano una caratteristica ed inconfondibile maschera.


Milogna.  

Milune: melone, cocomero, popone, anguria. Dal latino “melo”.

Minare: percuotere, battere, guidare, lanciare, tirare, soffiare (del vento),  muovere rapidamente. Dal latino “minare” (spingere avanti, condurre, pungolare), oppure dal greco “amino”, allontanare, respingere (termine omerico, Iliade); “minad'a petra e ammuccia'a mana”, tira il sasso e nasconde la mano. L'idea del battere va verosimilmente connessa a quella di stimolare, col bastone o con il pungolo, gli animali a camminare o a lavorare.

Minaticu: termine ormai in disuso. Era il corrispettivo, la paga mensile in natura ( olio, oppure grano o altri raccolti della terra) che, secondo gli accordi, il latifondista pagava a chi prestava servizio, o era alle sue dipendenze. Dal greco “meniaos”, della durata di un mese (Strabone, I sec. a. C.). Per estensione, era anche il pagamento in natura che si effettuava al barbiere dopo un tot taglio di barba e capelli. Un'ipotesi etimologica alternativa, suggestiva seppure fantasiosa, potrebbe essere da un tardo latino "hominaticum", da "homo": durante il Medioevo era un atto di sottomissione che un vassallo rendeva al suo signore, in ginocchio ed a capo scoperto, come per significare di essere suo servo.

Minchia: membro virile; è usato anche come esclamazione, o in espressione ingiuriosa (minchione). Dal latino “mentula”, nella sua forma volgare “mencla”. La radice “men”, nelle lingue indoeuropee, indicava comunque “prominenza”; nell'Egitto dei Faraoni, il dio dell'amore era detto “Min”, raffigurato con un organo sessuale sproporzionato.

Minchiunu: minchione, persona sciocca, priva di furberia, eccessivamente semplice e credulona.  Stessa etimologia.

Mineddhra: piccola misura che i “mulinari”  percepivano in natura come  molenda dovuta  per ogni tomolo. Dal latino “hemina” (misura per liquidi, della capacità di mezzo sestario, poco meno di mezzo litro).

Minna: poppa, mammella. Dal greco “mammilion”.

Minnarola: era un poppatoio, una sorta di ventosa che serviva ad estrarre il latte dalle poppe delle donne. Stessa etimologia.

Mintere: mettere, collocare, ma anche avere rapporti sessuali. Dal latino “mettere”. “Si vò minti culuri, mangia e biva prima che ghescia 'u sulu”: se vuoi mettere colore, mangia e bevi prima che faccia l'alba (se vuoi combinare qualcosa di buono, attivati presto la mattina).

Minutiddhra: di albero di fico, che produce piccoli frutti. Dal latino ”minutus”.

Minuzzari: tafliare i cibi in piccoli pezzi. Voce verbale dal latino “minutia”.

Mircureddhra: mercorella, erba perenne che si sviluppa soprattutto tra i filari delle viti. Dal latino (herba) "Mercurialis" .

Mircureddhra.

Misala: tovaglia. Dal latino “mensalis”.

Mischu: mestolo per il formaggio. Dal latino “miscere”, attraverso il participio passato “mixtus”.

Miscia fò: esclamazione per allontanare il gatto.

Misci misci: voce per richiamare il gatto. Da voce onomatopeica “mis mis”, da cui probabilmente deriva anche il termine italiano “micio”.

Misureddhra: piccola misura, corrispondente alla trentaduesima parte di un tomolo. Dal latino, diminutivo di “mensura”. “Aru magazzin'i Gadeddhra 'un cè caputa nà misureddhra”: constatazione di genitori o nonni, quando si lasciava nel piatto qualche boccone.


A misureddhra.
Mìvuza: milza. Dal germanico “miltia”.

Mizzica: esprime stupore, sorpresa (accidenti!, caspita!). E' meno volgare di “minchia”, con la stessa etimologia.

Mmacante: mancante, a vuoto, inutilmente. Dal latino “vacans”.

Mmalinare, mmilinare: avvelenare, essere amareggiato, turbato, in angustie. Dal latino “ad venenum”.

Mmassata: era il cibo che si dava ai maiali, una sorta di beverone composto da “caniglia” e dagli avanzi del pasto, con l'acqua di pulizia dei piatti. Dal latino “massa”.

Mmerdusu, mmirdusu: merdoso, sporco. Si dice riferito ai bambini, o come sfottò. Dal latino “merda”.

Mmienzu: in mezzo. Dal latino “in medio”; “in medio stat virtus”, la virtù sta nel mezzo (Severino Boezio. IV° sec. a.C.).

Mmidia: invidia. Dal latino “invidia”; “invidia adductus”, spinto dall'invidia (Caio Giulio Cesare, I° sec. a.C.). “S'àmmidia facissid'i piducchi, tu sa quanti n'avijssi”, riferito in modo ironico a chi prova invidia per le cose altrui.

Mmisca mmisca: mescolare in modo confuso, disordinato. Dal latino “misceo”.

Mmitu: invito. Dal latino “invitus”. “Sì vò mmità amici, carn'i vòi e lign'i fichi” (perché la carne di bue è dura da mangiare e il legno di fico vale poco).

Mmuccare: imboccare. Voce verbale dal latino “in bucca”.

Mmucciateddhra: gioco a nascondino. Vedi “ammucciare”.

Mmuccu: mocciolo che cola dal naso. Dal latino “mucus”.

Mmuccusu: moccioso. Dal latino “mucosus”.

Mmuttare: spingere, urtare, spintonare, pigiare, schiacciare. Dal latino  “moveo”, con participio passato “motus” (mettere in movimento, muovere, spostare, allontanare). In alternativa, potrebbe derivare da un gotico “botan” (urtare), oppure da un onomatopeico “bott” (rumore di cosa che scoppi con fragore). Da non scartare l'ipotesi greca "embutizo" (immergere, immettere), il francese "bouter", e lo spagnolo "botar", con lo stesso significato.

Mmuttunu: spinta. Stessa etimologia.

Mmuttita: coperta da letto imbottita di lana, trapunta.  Forse da un tardo latino “in buttis”, da un germanico gotico “butt” (cosa gonfia e rotonda). Oppure dallo spagnolo “emboutir”. Alternativa potrebbe essere una derivazione dal latino”imbuere”, riempire, ma anche gonfiare, attraverso il suo participio passato “imbutus”.

Mmutu: imbuto. Dal latino “imbutus”.

Mmuzza: calcolo approssimativo per vendere qualcosa ad un prezzo inferiore al suo valore. Forse dal greco “mòctos”, miseria, pena (Esiodo, VII° sec. a. C.).

Mo: adesso, ora, di recente. Dal latino “modo”. Potrebbe derivare anche dal latino “mox” (subito), anche se non so spiegarmi bene la eliminazione della “x” finale. E' da escludere, invece, l'etimologia prospettata dai soliti, sedicenti cultori del dialetto, dilettanti allo sbaraglio, di farlo derivare dal latino “moror” (ritardo, sospendo, mi fermo).

Moccivo': guarda un po', questo è proprio il caso (per indicare che ci si trova nella situazione di  cui si sta argomentando). Dal latino “mox ( o modo) hic volo”. Mi dilungo un po' su questo modo di dire. “Mo'”, lo abbiamo visto sopra; “cci”, dal latino “hic”, è usato in forma di avverbio di stato in luogo, con il significato di “qui”; “vo'”, corrisponde all'italiano “vuole”, con derivazione da un tardo latino “volere”; in quest'ultimo caso, non ho usato alcun accento, ma ho fatto seguire una specie di apostrofo (si chiama apocope). Se avessi accentato la “o”, avrei accettato l'idea che derivi dall'italiano “vuole”, per contrazione del dittongo “uo”; ho, invece, lasciato la “o” libera per ribadire il concetto che il tarsiano, come i dialetti meridionali in genere, non è assolutamente tributario dell'italiano, mai e poi mai, ma una diretta filiazione del latino, sia classico, che di quello volgare e parlato.

Moja: escrementi di bovini. Da un tardo latino “bovia” (cose di buoi).

Monacìjli: termine in disuso. Era una sorta di manopola, un manicotto in pelle che i mietitori usavano indossare sul polso, per protezione dalla falce. Dal latino “manicae”.

Monaceddhra: sorta di fungo. Probabile etimologia da “monachòs”.

Monachieddhru: spirito benigno che ha le sembianze di piccolo monaco. Dal latino “monacus”, a sua volta dal greco “monachòs”. In origine il significato del termine, derivato dal greco “monos”, era solitario, unico. Perché questa leggenda sia stata tramandata non è dato sapere. Un'ipotesi racconta la vicenda di un'avvenente fanciulla, di famiglia agiata e danarosa, che si innamora di un giovane bello, povero e squattrinato; l'amore tra i due, contrastato, finisce in tragedia, perché lui viene ucciso da sicari e lei, incinta, rinchiusa in convento.  Dall'unione nasce un bimbo deforme e handicappato (o non si dice che le colpe dei padri ricadono sui figli?), che le suore del convento adottano e, per mascherarne le deformità, lo vestono da fraticello con cappuccio. La leggenda dice che questo monacello, con giochi scherzosi e con apparizioni improvvise e notturne, si diverte a spaventare i bambini.

Morchia: sedimento dell'olio di oliva. Dal latino “amurca”, a sua volta dal greco “amòrghe” (Aristotele).

Morta: termine ormai in disuso. Si riferiva alla locusta, o cavalletta (tettigonia viridissima), ed anche alla mantide religiosa. Credo che il significato funesto fosse riferito al racconto del libro dell'Esodo, del Vecchio Testamento, che riguardava l'ottava delle dieci piaghe d'Egitto, punizioni divine attuate per convincere il Faraone a lasciare liberi gli ebrei: l'invasione delle cavallette che al loro passaggio distruggevano tutto ciò che era vivente. Se così fosse, sarebbe un termine traslato di origine ecclesiastica. Ipotesi etimologica alternativa sarebbe quella relativa alla Mantide che pratica un cannibalismo post nuziale: la femmina, durante l'accoppiamento, divora la testa del maschio, avendo bisogno di proteine necessarie ad una rapida produzione di uova.

Morta.

Motu: convulsioni e movimenti automatici per crisi epilettica. Dal latino “motus”; “cà ti vò bbinì 'u motu, nù nzurtu”, che ti possa venire una convulsione, un colpo apoplettico.

Mpacciu: impedimento, ingombro, impaccio, ostacolo, intralcio. Dal francese “empeecher”, a sua volta dal latino “impedicare” (mettere al laccio, impigliare).

Mpajiari: accoppiare i buoi e aggiogarli. Verbo derivato dal greco ”paghis”, laccio che tiene saldo (termine omerico), in  unione con “para”, accanto.

Mpamunu: infame. Dal latino “infamis”.

Mpanata: zuppa di pane con siero di latte. Dal latino “in pane”.

Mpannu: sulla superficie dell'acqua, non in profondità, a galla. Credo che sia tratto da un modo di dire dal greco classico “en to enpainei” ( sotto gli occhi di tutti, quindi a bella vista, superficiale). Ritengo errata e infondata la derivazione che ne dà il Rohlfs, da “panno” (velo che si forma sulla superficie del vino esposto all'aria). “Miigni ghii a paglia 'ndu mari e mi và 'nfunna, mendri l'atri minin'u chiummu e li và 'mpanni” (quando si dice la sfortuna: io faccio le cose più semplici e mi va male, mentre gli altri riescono nelle cose più complicate...).

Mpanuzzare: tagliare il pane a piccoli pezzi. Verbo derivato da “panis”.

Mpapucchiare: raggirare, ingannare, dire fandonie; anche fare un lavoro in modo abborracciato, pasticciato. Derivazione in senso dispregiativo dal latino “pappa”, oppure dal greco "apatao".

Mparatu: insegnato. Dal latino “in parare”.

Mparma: vedi “mporma”.

Mparte: invece di. Dal latino “in parte”.

Mparu: non appena che, man mano che. Dal latino “par”.

Mparu: strada pianeggiante, luogo piano, agiato, dopo una salita. Dal latino “in plano”.

Mpasciare: fasciare, avvolgere. Voce verbale da un tardo latino “in fascia”.

Mpassulare: stendere a seccare, appassire, far diventare troppo maturo. Dal latino “passus”.

Mpastucchiare: ingannare raccontando frottole, fandonie, raggirare con parole. Dal latino “pastus”, nel senso di dare un boccone per adescare e trarre in inganno.

Mpede: in piedi. Dal latino “in pede”, a sua volta dal greco "empodon" (avanti ai piedi).

Mpena: appena. Voce avverbiale, dal latino “ad poena”.

Mpénnere: appendere, agganciare. Dal latino “ad pendere”.

Mperrare: mettere il ferro ad un animale. Dal latino “ferrum”.

Mpicare: impiccare, sospendere. Dal latino “implicare” (avvolgere con un laccio), oppure “in plicare” (attaccare con pece), o anche dal greco "en pezo".

Mpicciare, mpicciu: intralciare, intromettersi, immischiarsi. Stessa etimologia di “mpacciu”, oppure dallo spagnolo catalano “embacho”.

Mpiccicare: stesso significato ed etimologia di “appiccicare”.

Mpicciusu: fastidioso, scontroso. Vedi "mpicciare".

Mpiddhrare: stesso significato ed etimologia di “appiddhrare”.

Mpigna: termine in disuso. Era la pelle, forse di bue, con cui si faceva la tomaia delle scarpe. Dal francese “empeigne”, o dallo spagnolo "empeine".

Mpignare: dare in pegno, in garanzia, impegnarsi per un lavoro, per la parola data, essere occupato. Dal latino “in pignore”.

Mpiluccari: ubriacarsi, prendere una sbornia. Dallo spagnolo catalano “impelocar”.

Mpingere: appendere, conficcare, restare attaccato a qualcosa , incollare, invischiare. Dal latino “in pango”, oppure dal francese “en pincer”, ovvero anche dal greco "empegnumi".

Mpipiriddhrari: ringalluzzire, ornare di fronzoli, rendere piccante e arguto un qualcosa, per es. un discorso, uno scritto. In senso metaforico può significare anche adornarsi, farsi belle. Dal latino “piper”.

Mpisicchiari: intirizzire per il freddo, agghiacciare. Dal greco "psizo".

Mpistari: contagiare, infettare. Dal latino “inficere”, attraverso il suo participio “infectus”.

Mpisu: sospeso, fissato in alto, inclinato. Dal latino “ad pensum”. “U cuuzzu 'mpisu”: toponimo di località.

Mpitrare: diventare insensibile, attonito, immobile.  Voce verbale dal latino “petra”, o dallo spagnolo “empedrar”.

Mpizzu: sul ciglio, sull'estremità. Dal latino “in” e dal greco “peza”, estremità, lembo (Dionigi Periegete, II° sec a. C.).

Mporchiare: introdurre qualcosa in un piccolo buco. Dal greco “pòeiro”, passare da parte a parte, infilzare, infilare (termine omerico); “mporchiami l'acu” (introduci il filo nell'ago).

Mporma: conforme, appena che, subito che, a misura che. Da un tardo latino “conformen”.

Mposta: grosso chiodo, anche il cardine delle porte o delle finestre. Dal latino “imposita”, participio passato femminile da “imponere”, porre sopra; oppure sempre  dal latino, sostantivo da "in" e "post" (dentro e dietro).

Mprascare, mbrascare: insudiciare, sporcare, anche mettere in disordine. Dal latino “emplastrare”.

Mprattare: imbrattare. Vedi  “ mbracchiare”.

Mpressa: in fretta. Dal latino “in premere”, attraverso il suo participio “in pressus”.

Mprimu: dall'inizio, da prima, in precedenza. Dal latino “in primo”.

Mprinare: ingravidare, mettere incinta. Dal latino “in praegnare”.

Mprisca-mprasca: cosa fatta in fretta e male, abborracciata. Stessa etimologia di “mprascare”.

Mprunta: in fronte. Dal latino “in fronte”; “ti miritissi nà paddhrata mprunta”, ti meriteresti una pallata (un colpo di fucile) in fronte.

Mpusaglie: acqua di cottura dei legumi, anche legumi. Dal latino “infusalia”.

Muca, mucare, mucatu: muffa, ammuffire, fare la muffa, bacato (di frutto), tarlato. Dal latino “mucère”, a sua volta dal greco “mùches”, fungo che fa la muffa (Antifane, III° sec. a. C.). “Vìjni cumpari miju cà tì mmìtu, portat'a séggia cà mija ghè rutta, portit'ù pani cù miju ghè mucatu, portit'ù vinu cù miju ghè acitu”(quando l'invito era onnicomprensivo: vieni pure a trovarmi, ma porta l'occorrente). Mi sembra fuorviante ed errato l'accostamento di alcuni Autori, soliti dilettanti allo sbaraglio, con muco, o addirittura con “maccaturu”: etimologia e significato sono totalmente diversi.
n
Muccusu: moccioso, anche in tono scherzoso e ironico, di ragazzi che si danno arie di persone adulte. Dal latino “mucceus”.

Muculiari: smuovere, spingere avanti. Dal greco "mocleuo".

Muddhrarola: termine ormai in disuso. Fontanella anatomica della testa del neonato. Dal latino “mollis”.

Muddhretta: molle di ferro usata per le braci del focolare. Dal latino, diminutivo di “molla”.

Muddhricheddhra: piccola briciola di pane. Dal latino “mollis”, oppure, sempre dal latino “molecula”, diminutivo di “mòles”.

Muddhrijsu: frutto o legume a buccia tenera. Dal latino “mollis”.

Mugliera: moglie. Non sono d'accordo con chi fa derivare questo vocabolo dal semplice latino “mulier”; ora “mulier” significa donna, mentre “uxor” è la donna sposata. Secondo me, l'etimologia esatta è “mulier heri”, cioè donna del padrone, del capo di casa. “S'un prijsti fussa bbuonu, s'imprister'a mugliera”: se il prestito fosse buono si potrebbe prestare anche la moglie.  “A chini puuzzu, a chini 'un puuzzu, a muglierma puuzzu”, a casa mia comando io. “Mugliera e figli, cumi Ddiju ti manna ti pigli”: accetta il destino.

Mulinaru: mugnaio. Dal latino “molinarius”.

Mulinijjddu: macinino a mano per il caffè. Diminutivo, dal latino “mulinus”. Vedi anche “macinijddhru”.

Mulu: mulo, dal latino “mulus”, nato dall'accoppiamento dell'asino con la cavalla. Per similitudine si dice di chi è nato da matrimonio illegittimo, bastardo.

Mungiari: mungere, anche premere. Dal latino “mulgere”, a sua volta dal greco “amelghein”.                      

Mungiuliare: tastare, spremere, palpeggiare. Dal latino “mulgere”.

Munnare: sbucciare. Da un tardo latino “mundare”, derivato dall'aggettivo “mundus” (pulito).

Munnizza: spazzatura, immondizia. Stessa etimologia, con “in” negativo e “munditia” è un tardo latino, derivato dal verbo “mundo”, pulire.

Munta: una grande quantità imprecisata. Dal latino “mons” (grande massa). Anche in spagnolo “monton” (mucchio, piccola quantità di qualcosa).

Munta: monta degli animali, accoppiamento, libidine, rabbia. Voce verbale dal latino “mons” (inteso come salire su); in spagnolo catalano “amuntar”.

Munzieddhru: mucchio. Stessa etimologia di “ammunziddhrare”.

Munzuddhru: misura di capacità per legumi e cereali, che corrispondeva alla quarta parte di un tomolo. Dall'arabo “mudd”.

Mupiu: anestetico e sonnifero, usato in ambito ospedaliero. Corrisponde all'italiano oppio.  Dal latino “opium”, a sua volta dal greco “opion”.

Muoddhru: molle, tenero, morbido, ma anche reso molle perché bagnato, macerato, immerso nell'acqua. Derivato dal latino  “mollis”.

Muorvu: muco nasale che gocciola. Dal latino “morbus”.

Muoticari: molestare, toccando e spostando leggermente con le mani. Unione di due verbi: dal latino “motus” e dal germanico “tèckan” (mosso e toccare).

Mura: mora, frutto del gelso e per somiglianza anche di rovo (a mura 'i ruviettu). Dal latino “morus”, a sua volta dal greco “moròn”. E' strana la storia di questo termine; il "morus” latino, e il “moròn” greco, non devono il nome al significato proprio del vocabolo, ma al fatto che la foglia del gelso ha somiglianza con la penisola (o isola) del Peloponneso, regione storica della Grecia meridionale, la Morea. La parola tardo latina “morus” si è poi diffusa nell'Occidente con l'incremento della coltivazione del gelso.


Mura.

Murdente: si dice di chi ha grinta, determinazione, bella presenza. Dal latino “mordere”.

Murfogna: chi parla con accentuata voce nasale. Dal greco “mer” e  “foné”,  voce particolare (Senofonte, V° sec. a. C.).

Murgia: roccia o rilievo a tavolato, rupe scoscesa. Dall'osco “murgia”, forse attraverso il latino “murex”, roccia, pietra aguzza. Oppure dal greco "purghion" (luogo fortificato, bastione).

Murica, morica: morchia. Era il residuo dell'olio di oliva dopo chiarificazione. Dal latino “amurcula”, a sua volta dal greco “amòrghe”.

Murmugliune: salamandra, rettile simile alla lucertola, i cui maschi emettono di notte suoni caratteristici, simili al mormorio. Probabile voce onomatopeica.


Murmugliunu.
 
Murmuriari: parlottare a bassa voce spesso in tono malizioso, protestare, lagnarsi, fare delle maldicenze. Dal latino “murmur” (bisbiglio, sussurro); “chini stà appuggiatt'all'ati e n'un cucina, a sira si ricoglia murmuriannu”, chi si fida delle promesse spesso rimane deluso.

Muort: morto; “vò jì ppi l'anima di muort”, a suffragio dell'anima  dei defunti, ringraziamento per un desiderio soddisfatto; “muort'o vivu, addhruve si trova”, che gli possa venire un accidenti, ovunque egli sia.

Muorturiu: riferito a qualcosa di freddo, senza allegria e vivacità. Dal latino “mortuus”.

Murra: gioco della morra. In una tomba egiziana, risalente al 3.000 a. C., un dipinto raffigura due giocatori nell'atto di giocare. Era in uso anche in Grecia e a Roma: famoso il detto di Cicerone “dignus est quicum in tenebris mices” (è persona affidabile, tanto che puoi giocare con lui alla morra anche al buio). In latino “micare” è giocare alla morra; potrebbe derivare da “mori”, arabi della Mauritania che invasero la Spagna nel secolo VIII° e ne diffusero il gioco in un modo più capillare; oppure da un celtico antico “meur”, giocare con le dita.

Murra, murrata: massa, gran quantità di persone, gregge. Da un prelatino “mora” (mucchio, cumulo, ammasso), oppure dal greco “mòra”, riferito alla più numerosa unità da combattimento dell'esercito spartano (Aristotele); altre ipotesi etimologiche, sempre dal greco: “mùrias”, innumerevole, numero grandissimo (Erodoto), oppure “moìra”, grande porzione (termine omerico).  Da scartare la solita ipotesi etimologica di sedicenti cultori del dialetto, che fanno derivare il termine dal latino “murus” (muro, terrapieno, torre di protezione): che c'entra? Per un contorsionismo concettuale, potrei ipotizzare che un terrapieno murario sia costituito da un ammasso, un mucchio, un cumulo di sassi. Io propendo per le ipotesi di etimologia greca.

Murroide: emorroidi. Dal greco “aima" e “reo”.

Mursieddhru:  piccola colazione del mattino che fanno i contadini prima di recarsi in campagna. Dal latino, diminutivo di “morsus”, oppure dallo spagnolo "almuezzo" (colazione), o dal francese "morceler".

Murtale: mortaio. Dal latino “mortarium”. Si riferiva anche a qualsiasi oggetto a forma di fossa, oppure anche alle spezie o droghe preparate in un mortaio.


I murtali.

Murtiddhra: mirto, mortella. Dal greco “mìrtos” (Simmaco, III° sec. a. C.).

Murtiddhra.

Murvijddhru: moccio, muco nasale che gocciola fuori dalle narici. Dal latino “morbus”.

Muscarieddhru: moscerino; è anche una specie di pera, molto piccola. Come diminutivo, dal latino “musca”.

Muschiare: scrollamento degli animali per togliersi le mosche dal dorso; muovere le spalle in segno di diniego, indifferenza, disinteresse. Dal latino “musca”.

Muschiu: muschio. Dal latino “muscum”, a sua volta dal greco “mòschos”, voce certamente di origine persiana “musk”.

Muscialinzia, muscialìa, musciu: pigrizia, indolenza, svogliatezza. Dal latino “muscius”; in un tardo latino “muscio” era il montone a capo del gregge, che guidava le pecore. In alternativa, sempre dal latino “mucidus”, ammuffito.

Muscu, muschi: spalla, muscoli della spalla in generale. Dal latino “musculus”.

Mussiari: tenere il broncio, torcere il muso. Dal greco "mousonizo", o dal francese "moussier".

Mussiggianti: riferito a chi fa moine per accattivarsi le simpatie. Stessa etimologia di “mussu”.

Mussu: muso, viso. Da un tardo latino “musus”.

Mustazzu: baffi. Dal greco “mustàcs”, labbro superiore, baffi (Eubulo IV° sec. a. C.); in francese “moustache”.

Mustazzuolu: mostacciolo. Dal latino “mustaceus” (biscotti di farina con miele, formaggio, anice e foglie di alloro).

Mustazzuoli.

Mustra: saggio, campione di una data merce; stipite della porta; vetrina di un negozio o di bottega. Dal latino “monstra”.

Musunijari: fiutare dei cani, odorare. Da un tardo latino “musus”.

Mutanna: vestito da festa. Dal latino “mutanda” (cosa che deve essere cambiata).

Muzzare: recidere con un sol colpo, troncare, spezzare. Dal latino “mutius”, a sua volta da “mutilare”; “mutilare aures et nares”, mozzare le orecchie e il naso (Curzio Rufo I° sec. d.C.).

Muzzicare: mordere, pungere. Dal latino “morsicare”, frequentativo di “mordere”.

Muzzicunu: morso, anche qualcosa di piccolo. In tempi passati, era uno spuntino (di solito, pane e formaggio) che il proprietario del fondo dava ai mietitori, dopo che questi avevano lavorato una striscia di campo. Stessa etimologia; “mà fatt piglià i carni a muzzicunu”, mi ha fatto talmente arrabbiare da mordermi le carni.

Muzzu: a casaccio,  alla cieca. Probabile derivazione dal latino “mutus” (tacito, silenzioso, cioè senza accordo tra le parti).

Muzzunu: mozzicone, residuo di candela o di sigaretta. Dal latino “mutium” (cosa troncata).
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